per chi non sa più cosa leggere dopo Stoner: Anne Tyler Una spola di filo blu

10 luglio 2015

Anne Tyler, Una spola di filo blu (Guanda, 2015, traduzione di Laura Pignatti, € 18,50, pp. 391). Di recente su Facebook qualcuno si chiedeva cosa leggere dopo Stoner. Dopo Stoner, ho passato lunghi periodi di inappetenza – leggevo, sì, ma di malavoglia e senza che nulla colpisse il bersaglio. Finché mi è giunta in soccorso Anne Tyler. Una spola di filo blu è il romanzo che vorresti leggessero (subito!) tutte le persone attorno a te, solo per poterne parlare fino allo sfinimento, ammesso che sia possibile esserne sfiniti.

Se il romanzo di John Williams dice qualcosa di definitivo sull’esistenza di un uomo e sul suo (non) senso, l’ultimo di Anne Tyler (qui una sua bella intervista in radio) fotografa la famiglia con lo stesso sguardo penetrante. Come dice la citazione dal Boston Globe sulla quarta di copertina, è il nostro bisogno disperato di capire le persone che amiamo, e anche le persone che ci fanno soffrire e che facciamo soffrire, a tenerci incollati alle pagine.


Con una struttura decisamente originale, Anne Tyler racconta tre generazioni di una famiglia partendo da quella di mezzo: Red e Abby Whitshank hanno settant’anni e quattro figli, due femmine e due maschi; è con uno di loro, Denny, che si alza il sipario, una sua telefonata a tarda sera, una comunicazione bizzarra, “Sono gay”, cosa vorrà dire e perché in quel modo? Ma è solo una delle infinite stranezze a cui Denny li ha abituati, insieme al suo vagabondare senza mai tenersi un lavoro, mancando le vacanze di famiglia e i momenti importanti, senza tuttavia sparire mai del tutto. Seguendo il filo della storia di Danny (c’è sempre un Denny in ogni famiglia!), Anne Tyler via via fa luce su tutti gli altri e quanto Denny c’è in ognuno di noi? ci si chiede di continuo. Quanta sofferenza patita e non capita, dolore inflitto da ottimi genitori e con le migliori intenzioni. Ma alla fine, nell’episodio minimo in cui appare la spola di filo blu che dà il titolo al romanzo, c’è un lampo di comprensione; il perdono, come l’amore e il dolore, è un percorso a doppio senso di marcia.

E non è solo Danny a soffrire, perché col procedere del romanzo (e con l’accadere di fatti che non posso svelare), si scopre che ognuno ha di che sentirsi ferito, benché i Whitshank siano proprio ciò che si considerano: una famiglia speciale. Una famiglia in cui ci si ama e in cui – come è nelle cose – l’amore fa anche male.

Lo sa bene Junior, padre di Red, alla cui storia Anne Tyler risale per bisogno inevitabile: non è alla generazione precedente che dobbiamo parte di ciò che siamo? Di certo a Junior i Whitshank devono la bella casa con il grande portico, costruita per un facoltoso cliente ma con il sogno di venirne un giorno in possesso. Il sogno si realizza e la casa in cui oggi vivono Red e Abby conserva memoria della storia coniugale di Junior e di sua moglie Linnie Mae, conserva un dondolo di legno color miele sotto il portico e piccole macchie di un blu cobalto, un blu banale, schizzate un giorno e rimaste per sempre in qualche intercapedine del pavimento…

È un romanzo nel romanzo, la storia di Junior e Linnie Mae, la storia del dondolo nel portico,  il più incredibile esempio di amore coniugale di cui io abbia mai letto. Perché ci si sceglie? Perché si resta insieme tutta la vita? E chi sceglie chi? E cosa è l’amore fra un marito e una moglie? …quanto vorrei raccontarvi di Junior e Linnie Mae…! Ma mi odiereste se lo facessi, l’incantesimo di “illuminazione del senso del matrimonio” prodotto da Anne Tyler sarebbe spezzato.

Perché di incantesimo davvero si tratta. Si ha l’impressione di capire tutto della famiglia, e di sentirsi capiti. È come se Anne Tyler sapesse qualcosa più di noi, come se avesse il dono di guardare le famiglie dall’alto e saperle spiegare. Una strega, o una fata. Per quanto mi riguarda ha prodotto anche un’altra magia. C’è una pagina in cui un prete pronuncia un’orazione funebre e dice qualcosa di bellissimo che vi trascrivo qui sotto. È un filo di senso che si riallaccia al racconto di Danilo Kiš, Enciclopedia dei Morti (Adelphi) che ho letto da poco e non ho ancora trovato il tempo di raccontare… Ma il brano di Anne Tyler vale di per sé, perciò eccolo qua.

«Io non conoscevo la signora […]. Per questo non ho ricordi come quelli che avete voi. Però ho pensato che in fondo i ricordi dei nostri cari potrebbero non essere l’aspetto più importante. Forse quello che conta sono i loro ricordi, tutti i ricordi che loro portano via con sé. E se il paradiso fosse semplicemente una grande consapevolezza alla quale i morti ritornano? Magari il loro compito è quello di riferire le esperienze che hanno raccolto nel loro periodo sulla terra. La ferramenta del padre con il gatto addormentato sul sacco di semi d’erba, l’amica con cui ridevano fino alle lacrime e i sabati trascorsi con i nipoti a incollare bastoncini di lecca lecca. Le mattine di primavera con un milione di uccellini che cantavano a squarciagola e i pomeriggi d’estate con gli asciugamani stesi sulla balaustra del portico, l’aria d’ottobre che profuma di legna bruciata e succo di mele e la calda luce gialla dietro le finestre di casa rientrando in una sera di neve. ‘Questa è stata la mia esperienza’ dicono, e viene unita a tutte le altre, un altro racconto di una vita e di cosa abbia significato viverla».


Infine, vi chiedo un favore in cambio della discrezione con cui ho evitato ogni possibile spoiler: leggete Una spola di filo blu e poi scrivetemi, vorrei tanto sapere cosa vi ha fatto sentire.

Scritto da: Francesca Magni


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8 commenti a “per chi non sa più cosa leggere dopo Stoner: Anne Tyler Una spola di filo blu


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