piccoli esercizi di immedesimazione

15 marzo 2012

In questo periodo la lettura della sera con i miei figli è Zanna Bianca. Il romanzo inizia con due uomini che attraversano il selvaggio nord in slitta per portare un morto in città, al funerale. Il viaggio è nei ghiacci perenni, con i lupi affamati in agguato. Ogni sera, complice una lupa astuta, il branco selvatico riesce a portare via uno dei cani della slitta. I due uomini vedono la loro fine vicina, uno muore sbranato, l’altro sopravvive in una lotta estrema a colpi di tizzoni ardenti che ci ha fatto trattenere il fiato. Nella seconda parte il racconto cambia registro. C’è una lupa, quella astuta, e ha un cucciolo che soffre la fame come tutti gli animali del gelido nord, finché non muove i primi passi fuori dalla tana, dove trova un mondo che lo seduce e lo minaccia; c’è la lince inferocita a cui lui ha divorato il piccolo, c’è la scoperta di essere predatore ma anche preda. E mentre il giovane lupo combatte la sua battaglia per la sopravvivenza, mio figlio Filippo mi dice: «È strano, prima odiavamo i lupi e volevamo che morissero. Adesso gli vogliamo bene e speriamo che vincano». Già, Jack London è maestro a calarci negli occhi e nel cuore ora di un uomo ora di un lupo,

senza giudicare l’uno o l’altro. Questo ai bambini piace moltissimo. Ricordo anch’io la passione per il gioco dell’immedesimazione, quando mi fingevo cieca per sapere l’effetto che fa, o quando immaginavo di essere la mia vicina di casa e mi chiedevo come si vivesse in casa sua, che consistenza avesse il suo cuscino. Quell’istinto alla curiosità per “i panni degli altri” si è trasformato, nell’età adulta, in un riflesso dagli effetti spesso dolorosi: sfogliare il giornale è ogni volta un tuffo in mondi estranei, e sui giornali se ne racconta soprattutto l’orrore.

Leggo dei bambini uccisi in Siria, di quelli imprigionati e violentati per piegare la resistenza dei genitori e mi sento una madre di Damasco o di Homs, provo una vertigine che mi mozza la voglia di andare avanti, eppure è solo una pallida idea dello strazio che provano quelle donne. Leggo della tratta delle nigeriane e immagino i corpi schifosi e indesiderati che devono sopportare, le botte, i sogni infranti, l’essere prigioniere mentre gente estranea getta sguardi superficiali e disprezza senza fare domande. Leggo di Maria Concetta Cacciola, 31enne calabrese, che i genitori hanno indotto al suicidio perché aveva denunciato importanti capi della ’ndragheta e percepisco il suo senso di solitudine e ribellione, il dramma di una scelta giusta in una famiglia sbagliata. Passo per certe vie di Milano dove sembra che vivano più immigrati che italiani e immagino chi, negli anni Sessanta e con molti sacrifici, era riuscito a comprarsi un appartamentino in condominio, a tirare fuori la testa dalla disperazione, e ora quando esce non riconosce più la città, facce che non gli somigliano, abitudini che lo infastidiscono, e prova rabbia, senso di spaesamento e di minaccia, e no, io non condivido chi rifiuta di accogliere gente più disperata di noi, però quella rabbia, se ci penso, la posso sentire. Come sento il dolore del bambino più difficile della scuola, e tutti si lamentano di lui perché picchia, ma lo sanno che nel paese in cui è nato doveva fare a botte per avere da mangiare?

La vita è diversa secondo gli occhi da cui la guardi e bisogna guardare con tutti gli occhi possibili per capirci qualcosa. Bisogna leggere. I giornali, i libri. Chiedere e ascoltare: perché ti comporti così? Che storia hai? Me la racconti?

Vale anche per la felicità degli altri, che a volte giudichiamo come un furto senza sapere da quanto lontano arrivi, e quanto l’abbiano pagata. Sì, ho risposto a Filippo, Jack London è un grande scrittore perché ci fa entrare in vite diverse fino a sentirle come fossero la nostra. È un piccolo esercizio di immedesimazione. Esercizio di umanità.

Scritto da: Francesca Magni

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