la libertà secondo Jonathan Franzen /3

2 maggio 2011
xxx
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Dopo due recensioni in corso (di lettura), ora che ho finito Jonathan Franzen fatico a parlarne, come fatico a uscirne. La vita di Walter e Patty Berglund mi si è appiccicata addosso chiamandomi a identificarmi ora con l’uno ora con l’altra, ora con i loro figli o con Lalitha, la giovane collega di Walter, o con Richard Katz, l’amico storico, rocker depresso e di successo; come se ogni loro gesto fosse un paradigma. Ci si ritrova un po’ ovunque, in questo libro. Ci si ritrova nell’anelito di libertà di ognuno dei protagonisti e nella constatazione implicita che non sappiamo affatto cosa sia libertà, agiamo seguendo schemi di cui non siamo consapevoli, condizionamenti scritti dentro, prima che fuori. Eppure tutti, come i Berglund, cerchiamo di esercitare qualcosa che chiamiamo libertà convinti che ci porterà a essere felici, a esprimere e compiere noi stessi. Walter e Patty alla fine ci riescono, ma non è la libertà o ciò che loro credono tale a condurli a un approdo: piuttosto è il fatto che entrambi hanno il coraggio di immergersi nei propri errori, di “berne” per anni le conseguenze, di accoglierli senza rinnegarli; non a caso “Sono stati commessi degli errori” è il titolo che Patty dà al manoscritto in cui si confessa. Guardare dentro se stessi con  e rilevare onestamente gli sbagli sembra il solo gesto che siamo davvero liberi di compiere e il solo che alla fine può davvero liberarci. Scrive Isaiah Berlin: «Le illusioni di cui soffro determinano il campo delle mie scelte; la conoscenza di me stesso, cioè la distruzione delle illusioni, modificherà questo campo e mi darà la possibilità di fare scelte autentiche anziché credere di avere scelto una cosa  quando è stata, per così dire, la cosa a scegliere me» (Isaiah Berlin, Libertà, – Da speranza e paura liberati, Feltrinelli 2010, cit. pag. 265).

Il romanzo si chiude con un capitolo bellissimo, che si allaccia al primo: all’inizio era Patty vista dai vicini di casa, bella, vitale, agli albori della sua vita di madre; alla fine è Walter visto dai vicini di casa, un uomo solo e solitario, ossessionato dall’ambientalismo e dalla protezione degli uccelli, chiaramente triste in una casa riempita di fantasmi del suo passato, fantasmi che lui combatte accanendosi contro il gatto di una vicina. Ma per Walter non è la fine, è la fine di una fase, la fine del suo lutto (non posso dire per cosa), la fine dell’epoca degli errori. E dunque è un nuovo inizio.

Di nuovo Berlin: «I grandi momenti sono quelli in cui un mondo muore e un altro prende il suo posto», e vale per il macromondo sociale come per il micromondo personale.

xxx

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