Storia di una dislessia – cap. 4
LA MALEDIZIONE DEI NOMI PROPRI

6 maggio 2016
di Francesca Magni


«Oggi volevo parlare a Zoe di un poeta e non mi veniva il nome…», ci racconta una sera Filippo, «e le ho detto il poeta Tigri… Lei ha risposto “Tigri? Non lo conosco”… e io ho detto “ma sì, quello del buio oltre la siepe…”, allora lei ha capito: “ah, Leopardi!”»… Il poeta Tigri viene dallo stesso paese di Goffredo, che era di Bosone, di Badone, di Bogliolo ma mai di Buglione e della sua contemporanea Matilde di Canossa, che in prima media, in una celebre verifica di storia, si era trasformata, senza parvenze di assonanza, in Marta di Trieste.

Abbiamo riso (e pianto), poi abbiamo letto Diario di scuola di Daniel Pennac, dislessico grave con un passato da somaro impenitente. Detestava le maiuscole. «Mi sembrava che si ergessero tra i nomi propri e me per impedirmene la frequentazione» scrive. «Qualsiasi parola su cui era impressa una maiuscola era destinata all’oblio istantaneo: città, fiumi, battaglie, eroi, trattati, poeti, galassie, teoremi espulsi dalla memoria causa maiuscola paralizzante. […] le parole in inglese erano altrettanto volatili dei nomi propri».

I nomi sono etichette, studiare significa in larga misura mandarle a memoria. L’incubo è servito. Per molti dislessici questo è uno dei punti dolenti; lo è per Filippo. Prendi la geometria, cerchio, circonferenza, sa perfettamente cosa sono, come si calcolano, ma scambia i nomi, “sono quasi uguali” mi dice, e allora lì a disegnare e a scrivere con colori diversi, foglietti-stampella per infilare nel cervello i nomi astrusi delle cose astratte. Sperando che attecchiscano. Ma ci vuole tempo. Ecco, un altro punto dolente. Impara velocissimo concetti complessi, e impiega tempi interminabili per un solo, stupidissimo nome!

Ma anche il tempo sembra essergli diverso, ‘dilatato’; minuti, ore, giorni, mesi, tutto nella sua testa si mescola in un flusso indistinto, ad aprile esulta con i compagni perché la scuola sta per finire e loro lo guardano perplessi, alle 16 chiama per dire che il suo amico non è ancora passato a prenderlo per scherma; viene alle sei, gli spiego e forse ha afferrato, ma forse no. E non mi capacito di come possa interessarsi a concetti come le onde gravitazionali o spiegarmi come ruotano la terra e la luna ma non sapersi presentare a un appuntamento fra un quarto d’ora. Poi leggo che più del 50% degli impiegati della Nasa sono dislessici, e torno a sorridere… :-)

>>continua qui

E qui tutti i capitoli della storia:

Storia di una dislessia – cap. 1 EPIFANIA

Storia di una dislessia – cap. 2 CREDEVO DI ESSERE SCEMO

Storia di una dislessia – cap. 3 È QUALCOSA

Storia di una dislessia – cap. 4 LA MALEDIZIONE DEI NOMI PROPRI

Storia di una dislessia – cap. 5 SIAMO TUTTI DISLESSICI?

Storia di una dislessia – cap. 6 COSA PROVA UN DISLESSICO A SCUOLA

Storia di una dislessia – cap. 7 LA CERTIFICAZIONE: OGGI È UN MALE NECESSARIO

Storia di una dislessia – cap. 8 GRAMMATICA DRAMMATICA

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