Storia di una dislessia – cap. 3
È QUALCOSA

6 maggio 2016
di Francesca Magni

Nell’aula siamo in 40, genitori della stessa scuola, ma non conosco nessuno. Loro si salutano, come state? E voi?, chiacchierano dei rispettivi figli con cognizione. Poi i relatori iniziano a parlare. Attiveranno un laboratorio a scuola, due volte a settimana, insegneranno ai ragazzi dislessici a usare gli strumenti compensativi. La calcolatrice? Chiedo. Sì anche, mi rispondono senza cogliere il mio sarcasmo. Gli altri 39 annuiscono, solo io non capisco. In cosa consiste esattamente il laboratorio? Me lo spiegano di nuovo. Ha capito ora? No, dico. Altro giro di domande, ci riprovo. Ma davvero ha senso spendere tre ore a settimana per imparare a usare gli strumenti compensativi?… No perché forse il mio è un caso un po’ diverso, mio figlio è in terza media, abbiamo scoperto l’anno scorso che è dislessico e per tanti anni ce l’ha fatta da solo… Non usate software per lo studio?, mi chiedono. Sono io il suo software, dico. Ridono. Appunto, dicono, e il sarcasmo stavolta è loro.


La mamma seduta al mio fianco mi chiama con un colpetto sul braccio, Iscrivilo, ne vale la pena, mi bisbiglia. Ha due figlie dislessiche. La prima ha scoperto di esserlo in quarta ginnasio. Mi vengono le lacrime agli occhi quando me lo racconta. Per la verità mi basta che qualcuno dica dislessico, perché mi vengano. Il laboratorio funziona, insiste lei, che ha provato con la seconda figlia. Provo a obiettare: Eh, devo convincere mio marito, lui pensa che Filippo possa farcela da solo. Lo pensano tutti i mariti, sorride lei e mi lascia il suo numero: Chiamami, se hai bisogno. Sì, all’improvviso capisco. Ho bisogno. Dei software, dei sintetizzatori vocali, delle app per le mappe concettuali, di tutto quello che ho sempre pensato servisse agli altri figli dislessici ma non al mio, che si arrangia da solo e ora ci sono io ad aiutarlo.


Il cellulare lampeggia, è Filippo che mi scrive, “Ma’, quando torni mi leggi delle parti che non ho capito?”. Sta preparando l’interrogazione di scienze, mi aspetta serata sui libri, masticare le parole per lui, trasformarle in bolo,  come certi animali fanno per nutrire i cuccioli. All’improvviso mi sento stanca morta, la testa mi pulsa, scrivo il nome di mio figlio nella lista delle preiscrizioni ed esco. I relatori mi salutano appena, non hanno capito cosa io non capissi. Io ora invece ho capito, c’è voluto un anno intero, ma ora ho capito.
Non basta la certificazione, non basta sapere cosa rende difficile lo studio a tuo figlio normodotato, non basta raccontarlo agli amici per condividere, non basta andare ai colloqui con gli insegnanti, approvare il PDP (il Piano Didattico Personalizzato), parlarne con scioltezza. Bisogna arrendersi all’evidenza. Accettarlo. Trovare gli aiuti giusti. La mamma che torna dal lavoro alle otto e dopo cena si mette lì a scolpirgli in testa la lezione non è l’aiuto giusto.

Torno a casa e lo interrogo in scienze. Ha letto tutto da solo. Ci ha messo molto tempo. È preparatissimo. La riproduzione. Se gli chiedi quali sono gli organi riproduttivi femminili, non te li sa dire, ma se gli chiedi a cosa serve l’utero, cosa sono le ovaie, la meiosi, lo zigote, le trombe di Falloppio, te lo spiega come un treno. I nomi non gli restano attaccati, ma i concetti sì. Elabora a modo suo, “I geni me li immagino come foglietti lunghi e sottili di carta, arrotolati a forma di bacchetta, su cui sono scritte tutte le caratteristiche fisiche e mentali di una persona”, mi spiega.
Davvero hai letto tutto da solo? “Sì”. Ma allora quando leggi capisci… “Sì, ma ci vuole tanto tempo. A volte leggo la stessa riga tre volte prima di accorgermene”. E poi, e poi? “Be’ leggo saldi per soldi. E magari non capisco delle parole”. In che senso, gli chiedo? “Quando sbaglio gli accenti”, dice; “Per esempio se leggo mandòrla continuo a chiedermi cosa vorrà dire mandòrla”… Ridiamo. “Un tempo mi sarei vergognato a dirtelo”, confessa, e ridiamo di nuovo, con un po’ di lacrime nascoste dentro. Ci siamo detti una cosa importante. Le cose stanno così, non cambiano se si finge che non sia niente.

È qualcosa e occorre fare qualcosa.

PS Il centro di Milano che aiuta i ragazzi dislessici a fare i compiti con i software si chiama Apprendere Facile. Filippo lo frequenta da alcuni mesi con buoni risultati.

>>continua qui

E qui tutti i capitoli della storia:

Storia di una dislessia – cap. 1 EPIFANIA

Storia di una dislessia – cap. 2 CREDEVO DI ESSERE SCEMO

Storia di una dislessia – cap. 3 È QUALCOSA

Storia di una dislessia – cap. 4 LA MALEDIZIONE DEI NOMI PROPRI

Storia di una dislessia – cap. 5 SIAMO TUTTI DISLESSICI?

Storia di una dislessia – cap. 6 COSA PROVA UN DISLESSICO A SCUOLA

Storia di una dislessia – cap. 7 LA CERTIFICAZIONE: OGGI È UN MALE NECESSARIO

Storia di una dislessia – cap. 8 GRAMMATICA DRAMMATICA

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