non ci resta che resistere
(Valeria Parrella Lettera di dimissioni)

18 ottobre 2011

Valeria Parrella, Lettera di dimissioni (Einaudi, 2011, € 18,50). Comincia da lontano, Valeria Parrella. Dai nonni, un po’ anche i bisnonni, materni e paterni, e poi la madre, il padre e via a scendere fino a Clelia. Leggi settanta pagine e ancora non sai dove vuole arrivare, ma scrive così bene e così forte che ti abbandoni al suo andare. La costruzione di una famiglia, la composizione dei caratteri, delle storie, azioni e reazioni che si susseguono in linea discendente, sono qui necessari per affrescare un interno  (e lo si intenda come nome collettivo) nell’Italia degli ultimi ottant’anni. Ma è a pagina 74 che ho iniziato a capire: questo libro è la storia di quello che l’Italia è diventata. Appare chiaro quando Clelia e le amiche in vacanza a Gallipoli raggiungono con una lunghissima nuotata la spiaggia della masseria dove villeggia il presidente del Consiglio con “famiglia e famigli”, uno che ama andare in bicicletta e sembra incline ai bagni di folla, ma fa vacanze circondato da un esercito di guardie, e no, non risponde alle domande che le ardite nuotatrici di belle (e impegnate) speranzo gli hanno preparato, «tipo perché mio fratello Alessandro era dovuto emigrare ad Alzano Lombardo per fare il maestro di scuola materna». Però è gentile, il presidente del Consiglio, e sua moglie regala loro una bibita.

Ecco, l’ho capito lì, dove finiva questa storia. Finiva a casa mia e a casa di molti di noi che non abbiamo mai cercato scorciatoie, che timbriamo il biglietto sull’autobus, che se facciamo un esame vogliamo superarlo in modo pulito. Noi che un tempo eravamo comunisti nel senso dell’onore, comunisti come lo si era nel Sessantotto, comunisti perché poveri e onesti, con un apparato interno bianco e integerrimo, idealista e anche un po’ intransigente. Comunisti come i genitori di Clelia, che  pagano il biglietto per fare entrare i figli all’acquario civico di cui lei è dipendente, comunisti come Clelia e il fidanzato Gianni, che vivono in quarantadue metri quadri in cui sostenersi «l’un con l’altra come due carte da gioco poggiate in piedi», e se c’è da superare l’esame di avvocato, Gianni ci va da solo pur sapendo che «lo stavano aspettando per compatirlo, per fare numero di bocciature adeguato, percentuale, proporzionale al totale di promossi inevitabili», quelli che all’esame ci vanno con l’ “avvocato protettore”.

C’è lo sguardo cristallino sul mondo di chi non vuole altro che poter vivere da uomo onesto. Ci sono i sogni – quello di Clelia è il teatro, e si realizza: una sua pièce va in scena e poi altre, festival, locandine appese alle pareti colorate per non vedere che la casa è senza mobili. Poi arriva un incarico importante, la notorietà nello star system culturale, le luci del successo, ottenute anche grazie al fatto di essere donna, che ci sta bene, e giovane, che ci sta ancora meglio, acclamata e funzionale, per un po’. Finché non serve più. Perché «loro guardano all’oggi, mica al domani»: loro che sono i dirigenti di questo paese, tutti quelli che hanno sostituito il guadagno all’etica, il clamore di un momento alla semina per il futuro, il privato al pubblico. «Le cose non si compiono all’improvviso, ma all’improvviso le vedi nel loro intero», ed eccole qui. Però sai, e questo fa male, che «c’è stato un istante almeno, in cui il dolore collettivo si sospendeva, e forse era sull’ultima sillaba, quando i polmoni tesi allo spasmo non lasciavano spazio ad altri pensieri. E allora entrava la speranza».
Questo romanzo magnifico è il canto dolente di tutti noi che pur amando follemente il nostro paese, vorremmo dimetterci. «Quando il confronto è impossibile, non fare niente è ancora la forma più efficace di azione politica». Resistenza individuale. L’impegno civile ce lo hanno ucciso, disinnescato fra le mani come una bombetta di carnevale e ci raccontiamo che l’unico piano su cui si gioca la partita è «la responsabilità personale». Già, finisce con queste parole, Lettera di dimissioni. E quanto vorremmo un finale altrettanto vero, ma radicalmente diverso.

Scritto da: Francesca Magni

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(Valeria Parrella Lettera di dimissioni)”


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