3 bambini e 2 papà
(Claudio Rossi Marcelli Hello daddy!)

19 settembre 2011

Claudio Rossi Marcelli, Hello daddy! (Mondadori, 2011, € 17,50). Questo librò è di quelli che scivolano via, scritti senza intoppi. La curiosità di entrare nel mondo che dischiude fa il resto: lo attacchi e non smetti, vuoi sapere, capire: cosa significa il desiderio di paternità per una coppia gay, come è possibile, oggi, realizzarlo, che tipo di famiglia ne nasce. Come sempre quando le cose le si guarda da vicino (dall’interno, in questo caso), perdono la loro forma generica e stereotipata, si spogliano dei pregiudizi e diventano quello che sono. In questo caso: la storia di una famiglia. La chiamano famiglia omoparentale. Ce ne sono molte più di quante si creda. Claudio Rossi Marcelli e Manlio, il suo compagno, sono papà e papà di tre figli. Il libro è da leggere perché allarga gli orizzonti e cura la paura della diversità. Poi nascono molte domande: cosa racconteranno ai loro figli? Chi dei due fa la “mamma” e chi il “papà”? Come li guarda la gente? Una collega che stimo molto, Antonella Trentin, è andata a Ginevra a conoscere Claudio Rossi Marcelli, il suo compagno e tutta la baby tribù, l’intervista (secondo me bellissima e con un servizio fotografico altrettanto bello) è pubblicata su Donna Moderna n. 38, in edicola fino a mercoledì. Antonella mi ha chiamata dopo averli incontrati, toccava a me curare la messa in pagina: «C’è un’atmosfera serena, carina. Sono una famiglia normale» mi ha detto con l’accento romano e la sua voce ruvida; Antonella non è una che indulge al sentimento, le sue interviste mi piacciono perché hanno la forza dell’asciuttezza. L’emozione è delegata a chi legge. Ditemi la vostra.

Scritto da: Antonella Trentin

Clelia, tre anni e mezzo, si guarda compiaciuta il vestito: elegante, di seta verde con riflessi dorati. «È l’abito che ho messo il giorno del matrimonio di papà Claudio e papà Manlio» dice scuotendo i riccioli biondi.  «Si sono sposati perché sono innamorati come un principe e una principessa». Con la grazia e la naturalezza dei bambini, Clelia ha descritto la sua insolita famiglia: due papà gay e tre figli. Due gemelle, lei e Maddalena, e poi Bartolomeo, nato un mese fa. Quest’originale famiglia ci accoglie nell’attico a Ginevra, un edificio primi Novecento, da cui si vedono i tetti della città vecchia. Una casa chic, perfetta, con i lettini bianchi nelle stanze dei bambini, un tavolo piccolo accanto a un tavolo grande nella sala da pranzo, e poi giochi ovunque. Bartolomeo succhia avido il biberon. Non saranno la famiglia del Mulino Bianco, ma contagiano serenità e allegria. Sono il risultato di desiderio tenace, realizzato attraverso percorsi acrobatici. Del resto, come racconta uno dei papà, Claudio Rossi Marcelli, nel libro appena uscito di cui è autore, Hello daddy! (Mondadori), non è impresa banale per due trentenni omosessuali mettere al mondo dei bambini. Clelia, Maddalena e Bartolomeo sono figli della fecondazione artificiale. Le gemelle sono nate dall’incontro tra il seme di Claudio e due ovuli di una giovane americana, Kimber. Ma la pancia dove sono cresciute apparteneva a un’altra mamma: Tara, un’impiegata del Midwest, con già due figli suoi, che ha “prestato” il proprio utero. Tre anni dopo i due papà hanno deciso di fare il bis, con la stessa donatrice e la stessa mamma in affitto. Il seme, però, era quello di Manlio. «Squadra vincente non si cambia» scherza Claudio, cullando Bartolomeo a pancia in giù per fargli passare le colichette. «Comunque adesso ci fermiamo: tre sono abbastanza». Il 15 luglio, i due papà si sono sposati in Svizzera, dove si sono trasferiti da un anno, quando hanno lasciato Roma per Ginevra dove Manlio lavora come manager in un’industria di detersivi. Sembrano genitori perfetti. Ma i loro figli cresceranno sereni ed equilibrati? Non dovranno, prima o poi, pagare un prezzo per appartenere a una famiglia così speciale? «Non credo» risponde Claudio: è solo lui a parlare perché Manlio con la scusa di badare alle gemelle fugge sempre in un’altra stanza. «Per noi due l’omosessualità è stata anche un’occasione per affrontare con maggiore profondità, coraggio e ottimismo le scelte della vita. La nostra è una delle tante famiglie possibili e credo che anche per i bambini sarà un’occasione in più, regalerà loro una diversa apertura mentale. Avranno qualche difficoltà, si nasconderanno dietro a qualche piccola bugia, ma da grandi li immagino solidi, tranquilli, felici».
Claudio, in genere sono le donne che desiderano i figli fino all’ossessione. Ma anche voi non scherzate.
«Avere dei bambini è stato sempre un mio sogno, più importante di tutto, anche della carriera, forse perché vengo da una famiglia numerosa dove ci si divertiva tanto. Quando ho conosciuto Manlio a vent’anni, gli ho subito chiesto se avrebbe voluto avere dei bambini. Mi ha risposto di sì. I nostri amici ci prendono in giro: “Siete la coppia più eterosessuale che conosciamo!”. Vi siete messi insieme da ragazzi, avete fatto tre figli e vi siete pure sposati».
In effetti come gay non siete molto trasgressivi.
«La maggioranza dei gay giovani è come noi, vuole una coppia stabile, una famiglia. C’è una forte polemica tra generazioni all’interno del mondo omosessuale. Una parte accusa l’altra di aver ceduto alla normalizzazione, di essersi accodata al modello di famiglia classico. Io credo che il cambiamento sia dettato da una maggiore accettazione sociale. Prima la condanna collettiva ci costringeva nello spazio ristretto della trasgressione. Oggi un giovane gay può scegliere».
Come vi dividete i ruoli da genitori?
«Gli americani hanno inventato il termine “primary parent” come sostituto di mamma. Be’, quello sono io. Lavoro come giornalista a distanza per una rivista italiana di mattina quando le bambine sono a scuola, e poi mi dedico a loro tre, li faccio mangiare, li porto a spasso, gioco, compro i vestiti. Anche Manlio li ha allattati, ha cambiato tanti pannolini, ma meno di me. In una famiglia etero lui sarebbe quel che si definisce un padre illuminato. Le bambine stravedono per lui che le vizia, io sono quello che organizza la quotidianità e dà le regole. Il poliziotto buono e quello cattivo».
Come vi fate chiamare dai bambini?
«Papà. Quando vogliono proprio uno dei due, aggiungono il nome».
E come ve la cavate con la parola mamma?
«Qualche giorno fa Clelia mi ha chiesto perché lei non ha una mamma. Le ho risposto che Manlio e io siamo due ragazzi e non possiamo avere bambini, per cui ci siamo dovuti far aiutare da alcune amiche. Per ora basta così, ma in futuro saremo più espliciti. Anzi i bambini hanno già incontrato sia Kimber che Tara, con cui ormai esiste un vero rapporto d’affetto».
Non è una strada un po’ rischiosa per scoprire le proprie origini?
«Forse, ma non vogliamo omissioni né buchi neri».
Senza una figura femminile di riferimento, le bimbe non faticheranno a riconoscersi nel proprio genere?
«Non credo. Le figure femminili sono ovunque: le tate, le loro nonne, le maestre, la pediatra. Già ora Clelia e Maddalena sono perfettamente consapevoli di essere bambine. Io le tratto come tali. Quando compro loro un vestito, dico: “Come sei carina!”. Con un maschio non lo farei».
Che giocattoli scegliete?
«Compriamo di tutto. Clelia e Maddalena giocano con le Barbie e con le macchinine, monopattini e bici, pony dalle lunghe chiome e principesse».
Una famiglia come la vostra abbatte un pilastro della psicoanalisi: il complesso d’Edipo.
«È quello che ci dice divertita la pediatra: “Da adolescenti, quando dovranno distruggere la figura materna, con chi di voi due se la prenderanno?”. Per ora non ho la risposta».
Come sono i nonni con i vostri figli?
«Innamorati. All’inizio erano tristi, pensavano che non gli avremmo mai dato dei nipoti. Poi sono stati sconvolti dalla nostra decisione. Alla fine, quando sono nati, sono impazziti dalla gioia e sono venuti a vederli in Ohio, dove sono nati; Tara abita lì.».
Finora il mondo come vi ha accolto?
«Sembrerà assurdo, ma l’unica parola che mi viene in mente è entusiasmo. I genitori dei compagni di scuola sono affettuosi, le maestre molto attente. Io credo che a convincere sia la forza della realtà. La gente si aspetta due omosessuali con lustrini da gay pride con in braccio dei neonati e inorridisce. Poi ci incontrano, si accorgono che non siamo dei diavoli, anzi una famiglia carina. E tirano un sospiro di sollievo».
Era così anche a Roma?
«La nostra famiglia non ha mai subito discriminazioni. A Roma abbiamo ricevuto un’accoglienza più calorosa ma invadente: chiunque ci incontrasse voleva sapere tutto e ci faceva un interrogatorio di terzo grado. Ginevra, da buona città svizzera, è più fredda ma per fortuna più discreta».

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