vizi da lettore
(Carlos M. Domínguez La casa di carta)

14 giugno 2011

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Carlos Maria Domínguez La casa di carta (Sellerio, 2011, traduzione di Maria Nicola, €10,00). «Nella primavera del 1998 Bluma Lennon comprò in una libreria di Soho una vecchia edizione delle poesie di Emily Dickinson e, arrivata alla seconda poesia, al primo incrocio, fu investita da un’automobile. I libri cambiano il destino delle persone»: potete smettere di leggere un libro che comincia così? Ovvio che no. Finirete per berlo  in una sera, come è capitato a me, anche perché più che un romanzo è un racconto, e dei più originali. A narrare la storia è un docento argentino di ispanistica all’università di Cambridge che riceve un pacco destinato alla collega Bluma, deceduta appunto a causa di Emily Dickinson. Il pacco contiene una copia de La linea d’ombra di Joseph Conrad coperto di cemento e con una dedica della stessa Bluma a un uomo. Perché quelcemento? Il professore indaga e va fino in Uruguay a raccogliere la storia di tale Carlos Brauer, bibliofilo accanito, collezionista e proprietario di una biblioteca di 20mila libri che finiscono per diventare – letteralmente – la sua casa… Non vi dico come, perché vale la pena di leggerlo. Ma vi dico che qui si parla dell’amore per la lettura nella forma ossessiva che talora ci prende, e qui ognuno di noi bibliofili ha le sue storielle da raccontare; io ho il solaio di mia nonna dove mi nascondevo a leggere perché non era gradito che lo facessi con tanta dedizione: a un certo punto mi dicevano che lo facevo in modo compulsivo e l’aggettivo stava al confine tra il rimprovero d’un vizio e la diagnosi di una patologia. Certo è che i libri possono indurre forme di feticismo e di ossessione e quando, come Carlos Brauer, si pensa di poterli dominare dominando con essi il pensiero letterario e filosofico di cui sono frutto, allora sì che si può anche impazzire.

D’altra parte, però, i romanzi che abbiamo letto (o che abbiamo mangiato, perché ci nutrono al pari degli altri cibi) ricostruiscono la nostra storia interiore, pertanto non possono essere considerati oggetti come gli altri. «Spesso è più difficile disfarsi di un libro che procurarselo. I libri restano con noi in virtù di un patto di necessità e di oblio, come testimoni di un momento delle nostre vite al quale non ritorneremo. […] Preferiamo perdere un anello, un orologio, l’ombrello, anziché il libro che non rileggeremo, ma che serba, nella sonorità del titolo, un’antica e forse perduta emozioni. E succede che alla fine la biblioteca si impone per le sue dimensioni. La lasciamo esposta come un gran cervello aperto» (pag. 20)… Ecco, a pagina 20 ho piegato l’angolo per ritrovare la citazione. E poi a pagina 36 e 41 e 51 e 53, dove mi sono di nuovo ritrovata: se una frase mi piace faccio un piccolo orecchio, alla fine ci torno, rileggo, lascio un segno a matita, e se conserverò il libro  scrivo il mio nome e il mese e l’anno in cui l’ho letto. E voi?

Scritto da: Francesca Magni

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