diventare adulti senza crescere
(Natzume Soseki Il signorino)

20 dicembre 2010
Scritto da: Stefano

Natzume Soseki, Il signorino (Neri Pozza, 2007, € 14,50, traduzione di Antonietta Pastore). La rigida società giapponese vista da un bocchan, uno che non cresce, non si rassegna e rifiuta la contrapposizione tra forma e sostanza della società giapponese di inizio Novecento (ma potrebbe essere la società giapponese odierna, o magari quella italiana!). Il libro racconta dell’ipocrisia di chi si nasconde dietro un ruolo, dei sentimenti e le passioni di chi si nasconde dietro la riservatezza, dell’insofferenza di alcuni ad accettare tutto questo. Racconta anche dell’amore di una donna anziana, intimamente e tradizionalmente giapponese, per qualcuno che non è suo figlio, è il suo bocchan, qualcuno da accudire e che vuole rimanga libero di pensare e scegliere se adattarsi o rifiutare il dualismo forma-sostanza, anche a costo di farsi male con le proprie mani.
Bocchan è anche un uomo che soffre a vivere in una piccola città di provincia dove tutti sanno tutto di te: cosa mangi, a che ora ti muovi, con chi parli. Un uomo che preferisce vivere in una città che lo ha già respinto, dove ci sono milioni di persone che appaiono indistinte, ma almeno una una che valga la pena di tenersi stretta; piuttosto che una cerchia di poche e rassicuranti meschine persone.

Una storia di cui sono pieni gli scaffali delle biblioteche. Ma questo è un libro che piace molto ai giapponesi (il più venduto), se ne trovano anche versioni e riduzioni per bambini nelle loro librerie. E perché piace ai giapponesi quindi? Perché lo fanno leggere ai bambini? Perché Soseki Natsume viene rappresentato sulla banconota da 1000 Yen al posto di un imperatore o un politico di turno?

Dopo anni di vissuto giapponese, la spiegazione che mi sono dato è che ai giapponesi piace credere nella forma che è anche sostanza; che le regole sono necessarie ma solo quando non prevaricano il buon senso e, soprattutto, c’è un periodo della propria vita in cui devono essere infrante. A tratti il personaggio ricorda quello di Pinocchio, ma ovviamente il racconto è privo dei riferimenti al nostro moralismo cattolico.  Anche Antonietta Pastore conferma l’intuizione che la forma giapponese serva a mantener viva la sostanza. E forse questa è la forma di moralismo non religioso che caratterizza questa società. Noi in Occidente abbiamo sacri principi e dogmi, loro la forma.
Non c’è amico o amica giapponese con cui abbia parlato di questo libro che non mi abbia detto “ah, anche io sono un bocchan”!

Tutto sommato anche a noi piace il personaggio di Pinocchio. Forse per gli stessi motivi per cui ai giapponesi piace bocchan. Solo che mentre Pinocchio alla fine “cresce”, in bocchan rimane un barlume di speranza: si può essere adulti senza crescere!

Mio figlio l’altro giorno all’on-sen mi ha detto: “papà secondo me i grandi sono sempre troppo seri e non sanno più divertirsi giocando, sembrano sempre preoccupati, invece i bambini sanno giocare ovunque” e io ho risposto a malincuore che forse era vero (e in quel momento ho ricordato nitidamente di aver fatto le stesse considerazioni alla sua età ed essermi convinto che invece io avrei continuato a saper giocare sempre…p overo bambino, che padre si ritrova!). Ma lui poi ha corretto entrambi e ha aggiunto “però qualche adulto in grado di capire i giochi dei bambini c’è”. Gli ho chiesto di farmi un esempio e mi ha risposto “beh, l’amico di quello che ha scritto il Piccolo Principe!”.

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(Natzume Soseki Il signorino)”


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