nobiltà perduta
(Rosa Matteucci Tutta mio padre)

12 ottobre 2010
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Rosa Matteucci, Tutta mio padre (Bompiani, 2010, € 17,50, pp. 286). Per me Rosa Matteucci (classe 1960) è la miglior scrittrice italiana di oggi. Morti i genitori e il cane, Rosa – chiaro alter ego dell’autrice – ripercorre la propria vita, trascorsa fino agli otto anni in una famiglia nobile e ricchissima di Orvieto, e dagli otto in poi in una famiglia che ha sperperato tutto e vive tra il dileggio del popolino su cui un tempo dominava. Parte del merito è stato di suo padre, dedito a spiritismo, occultismo, astrologia, lotterie e gioco d’azzardo, ma non al lavoro. È con la sua perdita che Rosa fa i conti tra amore, nostalgia e rabbia, mentre dipinge i vezzi della nobiltà andata, i piatti d’oro, i “canini” di razza, la madre che pensa in tedesco. Ma il piacere più intenso che questo romanzo regala, è per lo stile: zeppo di termini desueti, si lancia in volute barocche e alte per poi mescolarsi a un gergo basso e schietto che non disdegna  odori, putrefazioni, irriverenza. Solo la Matteucci è in grado di descrivere con parossistica dovizia di particolari una crosta di formaggio che ammuffisce sul davanzale della cucina (a pagina 178, un passo irresistibile). E a tratti si ride alle lacrime.

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