Il bambino che disegnava parole
come continua la storia…

19 maggio 2019
Scritto da: Francesca Magni

E a un certo punto tutto cambia.

Non vivi più con un mattone nello stomaco dalle 8 all’una mentre lui è a scuola, non conosci più le pagine torturate del diario su cui segna i compiti, smetti di avere gli incubi la sera prima del colloquio con i prof.

Tutto quel dolore e quella rabbia e quella fatica stupidi e inutili si dissolvono in una certezza: se la scuola sa far sentire i ragazzi capaci, loro lo diventano.
E così, verso la fine del terzo anno di liceo, la domenica mattina lui è in camera con una compagna di classe e lo senti spiegarle le differenze tra il pensiero di Platone e quello di Aristotele; è diventato ‘tutor’ dei compagni, filofosia è tra le sue materie preferite. Un giorno di qualche mese fa ci ha annunciato che il giovedì sarebbe arrivato a casa tardi: “Vado da G. a fare filosofia”. G. è un professore di liceo in pensione, abita dall’altra parte della città, e Filippo torna dai pomeriggi con lui con lo sguardo di chi si sente sazio e appagato; il giovedì sera va a letto tardissimo, lo trovi ancora sveglio alle due di notte, “Devo studiare fisica per domani”, “Ma riesci a imparare, a quest’ora?”, gli ho chiesto: la risposta, il 9 che ha preso il giorno dopo.
“Ti piace la fisica?” gli chiedo.
“Molto. I concetti li capisco dubio. Ma faccio fatica con le unità di misura e le formule. Devo spaccarmici la testa per un sacco di tempo”.
C’è un modo di fare scuola che innesca nei ragazzi un congegno moltiplicatore di energie e fiducia, che permette loro di fare cose incredibili. Nottate sui progetti di architettura, che non sono semplici compiti di scuola ma progetti veri: un faro del Demanio da ristrutturare e a cui trovare una nuova destinazione d’uso, e il bando è aperto a veri architetti e scuole; un concorso del Miur per l’anno di Leonardo, progettare qualcosa di ispirato alle macchine d’acqua del genio da Vinci. E lì notti e giorni, e consulti con studenti di fisica per l’idrodinamica, e il panico per il tubo con dentro arrotolato il progetto da spedire al Miur in tempo – la prima volta all’ufficio Postale, in ritardo, la giuria è l’ultimo che apre e il progetto vince.
Settimana prossima, per premio, si imbarcherà sulla Amerigo Vespucci, mare, vela, le cose che ama di più, insieme alla filosofia, alla storia dell’arte (“Ma vi rendete conto che mi sono emozionato alla mostra di Antonello da Messina!”), all’architettura e anche alle materie per cui è meno incline, come la chimica, perché nella sua scuola concetti come la mole o le proteine si imparano rendendoli visivi attraverso disegni, plastici, progetti…
E a un certo punto tutto cambia. Non hai più un figlio che fa fatica a scuola, che studia tutto il giorno per portare a casa sufficienze stentate, che si nasconde sotto il divano perché si sente un cretino anche se in fondo sa di non esserlo, ma non sa come dimostrarlo. Non vivi più con un mattone nello stomaco, perché ora lo senti che usa un lettore vocale per superare la difficoltà della lettura e lo vedi studiare da solo e, la domenica mattina, spiegare Platone e Aristotele alla compagna di scuola.

Non stai più male per lui, nemmeno quando ti dice: “Io comunque a studiare faccio molta fatica”.

“Lo studio è faticoso quasi per tutti”, gli dici. “L’importante è trovare il proprio modo per imparare”.

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