Memoria e memorie

20 luglio 2018
Scritto da: Francesca Magni

Quando mi accorsi che mia nonna iniziava a perdere la memoria, le chiesi di scrivere la sua storia. Lei ci si buttò con foga e allegria. Scriveva con una prosa personalissima e un piglio narrativo tutt’altro che banale. C’erano tracce della retorica insegnata a scuola negli anni del Fascio che il carattere asciutto di mia nonna aveva ripulito di ogni pomposità e che la sua arguzia condiva con un sapore quasi austeniano. Copiai sul computer per notti intere i diari vergati dalla sua calligrafia perfetta, mi esercitai in un virtuosismo di stampa a sedicesimi, che improvvisai componendo le pagine dritte e capovolte sul pavimento del soggiorno; portai i fascicoli fatti in casa da un rilegatore e ne feci poche copie di un volumetto dalle pagine cucite a filo che distribuii ai parenti. Si intitolava ‘Ruga Sciuca’, la via in cui era nata la nonna. Anni di dominazioni alternate austriache e francesi avevano lasciato traccia nella toponomastica e nel dialetto; ci mescoliamo anche senza volerlo, ci mescoliamo, è un destino a cui non possiamo opporci. Ci mescoliamo, è la nostra salvezza.

Mia madre ha una memoria di ferro. Un tipo di memoria che non ho mai visto in nessuno: lei ricorda gli eventi per date. Giorno, mese, anno, talvolta sa dire anche se fosse stato mercoledì o venerdì e sì, anche com’era vestita. Ricorda il giorno in cui ha acquistato on line un elettrodomestico per la prima volta, il frigorifero arancione della casa in collina, o il giorno in cui io le portai a pranzo quello che sarebbe diventato il compagno della mia vita, o quello in cui invasi il suo giardino con famiglie di amici e bambini piccoli per una grigliata e lei preparò una salsa per le bruschette ricordata ancora oggi. L’abbiamo sempre presa in giro per questo puntiglio calendaristico, abbiamo spesso la cattiva abitudine di denigrare i piccoli talenti degli altri per la loro singolarità. Ma i talenti sono bizzarri per natura, e dove c’è bizzarria è saggio cercarli, come tra le foglie umide ai piedi di un abete potrebbero trovarsi i porcini.

Mio padre ha perso la memoria. Per prime se ne sono andate le cose in cui era più capace, la toponomastica, il senso dell’orientamento, la geografia; le abilità manuali in cui era straordinario sono convinta che ancora le possieda, ma non è più in grado di esercitarle per assenza della memoria di ciò che sta facendo o che vorrebbe fare.

Un giorno mia nonna, era verso la fine dei suoi giorni, ebbe una grave epistassi; la portarono in ospedale e le cauterizzarono le vene del naso per fermare l’emorragia. Mi dissero che aveva urlato per il dolore, ma poco dopo non se lo ricordava più. Pensai che senza memoria anche la sofferenza cessa di esistere. Senza memoria, noi smettiamo di esistere. Continua la vita biologica, il battito cardiaco, le funzioni primarie.

Un pomeriggio in collina, verso l’ora del tramonto che infiamma la pianura, mio padre mi portò in fondo alla discesa del giardino, sul balcone naturale che nei giorni di cielo terso fa correre lo sguardo fino al duomo di Pavia e alle Prealpi. Guarda, se scendi da quel sentiero e giri a sinistra, arrivi al mare, mi disse con gli occhi di un bambino. Mia madre alle mie spalle storceva la faccia in una smorfia, ma fui veloce perché lei non fiatasse: “Che bello, dissi, come siete fortunati ad avere il mare vicino”. Mio padre si ritenne soddisfatto della mia osservazione e mi ripeté due o tre volte che proprio lì c’era il sentiero per il mare, Lo vedi?, insisteva, Certo che lo vedo, e ci vuole tanto ad arrivare?, chiedevo, Ma no ci vorranno cinque minuti, e di nuovo a congratularmi della loro fortuna.

Nella cucina della casa in collina, accanto al frigorifero arancione, mia madre ha lasciato una rubrica dalla copertina gialla. “È per voi, c’è scritto quello che serve sapere sulla caldaia, i contatori dell’acqua e del gas”, mi dice al telefono, spingendomi ad aprirla. Pur dedita alla speculazione filosofica e dotata di un piglio vagamente anarchico, mia madre ha sempre condiviso il puntiglio pratico di mio padre. Le incombenze quotidiane, la burocrazia domestica, l’ordine delle cose che si possono vedere e toccare sono un antidoto al caos, all’ansia, al mistero. Solo io, tra i miei familiari, riesco a tenermene serenamente alla larga, grazie alla fortuna di poterle delegare e a un’inclinazione ad accomodarmi nell’inspiegabile senza bisogno di troppi puntelli. Non me ne vanto né me ne dispiaccio, è una pura constatazione.

Antenna tv, Acqua, Accensione caloriferi. Inclusi i numeri per l’assistenza. Aspirafoglie, Aspirapolvere, Attrezzatura da giardino: l’elenco si fa inventario. Armadio: “’800 ligure, contiene il compensato già tagliato per fare due ripiani che lo renderebbero più capiente. Per posizionarli, però, serve un piccolo lavoro di segatura che il babbo non è più riuscito a fare. È stato il primo colpo perso (2013-2014), Poi sono venuti gli altri…”. Il prontuario della casa procede, Biologica, Barbecue, Camini, Centralina elettrica, Chiavi, Decespugliatore, Elettricista, Fiorista (Bruno Contardi, Casteggio… è quello dei fiori del matrimonio), Ferramenta (Sarolli di Fumo, ha un sacco di cose comprese lampadine e attrezzature da giardino ed è onesto!), Idraulico, Idropulitrice, Luci esterne, Muratura, Memoria, Marmellata, Mercato… Memoria?

“Memoria: quando c’è la diamo per scontata, senza renderci conto che è un vero pilastro portante della nostra esistenza. Ma può venire meno, fino a scomparire del tutto… Per questo scrivo in questa rubrica ciò che va ricordato e potrei dimenticare”.

Ho quasi 48 anni, ho avuto una memoria a breve termine portentosa della quale mi sono giovata per gli studi; ricordo un 30 e lode in storia contemporanea preso dopo aver letto in due giorni 400 pagine di libro. Non ho mai avuto bisogno di un’agenda, mai dimenticato un nome o un numero di telefono che trasformavo nella mia mente in un insieme di forma, suono e colore. Ho litigato, invece, con altri aspetti della mia memoria che ha cancellato ricordi del passato, interi anni, persone incontrate, snodi che forse credeva meglio non far permanere. Noi siamo la nostra memoria; il nostro tipo di intelligenza è strettamente connesso con il nostro personale e unico bouquet dei vari tipi di memoria che abbiamo a disposizione, e che si trasforma nel tempo. Ciò che non ricordiamo non è, ciò che non ricordiamo di sapere fare, non siamo più. Persino il perdono: sospetto sia parente dello scolorirsi del ricordo.

Ho provato molta rabbia e molto dolore, e oggi non li ritrovo più. Sulla rubrica gialla di mia madre cado in un pianto che è rimpianto e felicità, perché oggi la sento vicina come forse non l’ho sentita mai. Perché il trattenere e il lasciar andare della memoria ci hanno portate qui, su una collina dolce da cui si vede la pianura, ma potrebbe anche essere il mare.

La BBC ha ripreso un esperimento che mostra una delle leggi di Galileo: l’accelerazione di gravità è la stessa per tutti i corpi, a prescindere dalla loro massa. Un concetto controintuitivo che, come spesso la fisica, ci porta ai confini con la filosofia. In un tubo cilindrico alto una decina di metri, una piuma e una pallina di ferro cadono a velocità diverse; tolta l’aria dal tubo, fatto il vuoto, la pallina e la piuma raggiungono terra alla stessa velocità e rimbalzano allo stesso modo. È l’atmosfera a dare diversa velocità ai corpi che cadono, è l’attrito. Così, nelle nostre vite, è la memoria degli eventi, è come li ricordiamo a restituirci una verità o un’altra, una storia o una storia differente.


Passata di pomodoro, Sterilizzazione delle conserve, Uva, Vicini di casa. Leggo fino alla zeta di Zanzare la rubrica gialla di mia madre, e capisco che lei ha fatto manutenzione del ricordo. Consuetudini, rituali, tradizioni, piccoli momenti felici sono mescolati alle voci del necessario, Quadro elettrico, Riscaldamento, Serramenti. Un testamento che lascia inezie preziose, e il senso minuto dei giorni come noi, ognuno di noi, li ha vissuti.

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