Islanda day 9: finale col botto (del geyser)

19 giugno 2018

Scritto da: Francesca Magni

In viaggio il senso del tempo ricalca quello delle fasi della vita. All’inizio, certi che tutto deve ancora venire, ci si accomoda nelle ore e nei giorni largheggiando senza sospetto o ansia di spreco. Ma via via che il viaggio si avvicina al termine, diventa urgente usare ogni minuto al meglio e la sensazione, più mentale che reale, è che non ci sia abbastanza tempo per tutto quello che si vorrebbe fare. È una specie di distorsione ottica che, nel viaggio come nella vita, rischia di consumarci in una tensione priva di fondamento. Perché se è vero che oggi è il nostro ultimo giorno intero in Islanda, è anche vero che a questa tappa avremmo dedicato una sola giornata anche se fosse stata all’inizio del viaggio. Dunque partiamo per il circuito d’oro con ottimismo; la lunga luce del lungo giorno ci sarà amica anche oggi. In più, per la prima volta da che siamo qui, cielo sereno e 13 gradi.

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Temprati dall’asprezza dell’Islanda dei fiordi, conquistati dal piacere di sentirsi come esploratori solitari, viziati dalle strade deserte, il circuito d’oro ci riporta sulla terra. Qui la natura è più dolce (a eccezione del vento), c’è persino una forma di vegetazione simile alla brughiera e qualche albero. Chi visitasse solo il circuito d’oro, però, non riuscirebbe a farsi un’idea reale dell’Islanda perché questa è in un certo senso un’oasi e occupa una percentuale minima del paese.

Il parco di Thingvellir è un luogo di interesse storico; qui nel medioevo si radunavano i clan e ricevevano la lettura delle leggi da parte del capo dell’assemblea, qui si svolgevano i processi e le esecuzioni capitali – pare non molte perché gli islandesi, a dispetto delle saghe efferate in cui affonda il loro racconto di popolo, sono sempre stati poco inclini alla pena di morte tanto che le cronache riportano 72 esecuzioni in 150 anni. Il luogo, va detto, è idilliaco: una lunghissima parete di basalto a ridosso di un lago formatosi 900.000 anni fa dove oggi alcuni coraggiosi fanno diving, piccoli canyon che si aprono a tradimento fra i camminamenti coperti di muschio, corsi d’acqua dolce ovunque e una cascata meravigliosa.

Il luogo è carico di passato e in un certo senso anche di futuro: siamo nel punto in cui la placca tettonica americana e quella europea si incontrano, e si allontanano di un centimetro e mezzo ogni anno.

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Riprendiamo il tour un po’ i fastiditi dalla presenza di turisti e persino di qualche pullmann. La zona di Geysir è quella che ha dato il nome a tutti i getti d’acqua e gas del mondo anche se qui di geyser attivi ce n’è uno solo. Le pozze sono pittoresche e di una serie di blu e azzurri, e Luigi ne è affascinato più di tutti: l’acqua calda che esplode dalle profondità della terra e l’energia dei gas sotterranei che qui si manifesta al nassimo della potenza lo riporta al vulcano della sua terra. Nei suoi ricordi di ragazzino, dalle sue parti c’erano campi di lava come questi, coperti di muschio e di ginestre. Restiamo ad aspettare lo sbuffo del geyser più e più volte e il momento più affascinante non è quello in cui lo schizzo d’acqua e vapore vola in cielo per decine di metri, ma l’attimo che lo precede, quando la piscina d’acqua blu si gonfia in una bolla che sembra vetro soffiato e per quel breve istante prima di esplodere è di una bellezza indimenticabile.

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La passeggiata sul promontorio alle spalle di Geysir è magica: scaliamo una montagna di terra rossa coperta di lupini che dalla cima si affaccia a precipizio su una valle verde e acquosa.

L’ultima tappa di oggi è un’escalation di bellezza: la cascata di Gullfoss, salvata da una donna coraggiosa, Sigridur Tomasdottir, a cui è dedicata una statua. La cascata si trovava nella terra di suo padre che, negli anni Venti, aveva deciso di cederla per la costruzione di una diga e di una centrale idroelettrica. La cascata sarebbe sparita. Sigridur sollevò l’opinione pubblica contro questo progetto e la centrale non venne mai costruita, finché, nel 1979, la zona divenne parco protetto.

La cascata di Gullfoss è impossibile da fotografare con l’obiettivo asciutto! Ma è facile vederla incorniciata dall’arcobaleno.

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Il bed & breakfast dell’ultima sera è in una specie di eden verde dove brucano i cavalli; si chiama Mengi Kjharnolt, dalla finestra della camera vediamo il geyser sbuffare in lontananza. La casa ha finestre immense sul pascolo, ognuna incornicia un cavallo che bruca, e oggi il sole ci scalda attraverso queste vetrate che hanno un che di magico. La nostra ospite ci serve una zuppa islandese a base di agnello (buonissima!) e del gelato con frutti di bosco. Di nuovo ci sentiamo come se fossimo a casa nostra. Filippo dice che questo posto balza in cima alla classifica (abbiamo iniziato a tirare le somme del viaggio e presto arriveranno i bilanci) e se un giorno tornerà in Islanda vuole tornare a dormire proprio qui.

Dopo questa giornata penso che il tempo vada abitato con serenità. Che sia il primo giorno o l’ultimo.

La cascata di Gullfoss.

Il bb Mengi Kjarnholt.

La montagna rossa a Geysir, coperta di lupini.

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