Islanda day 1: muschio verdissimo, acqua azzurrissima, cielo grigissimo

11 giugno 2018

Scritto da: Francesca Magni

L’edificio a U del motel in latta giallo crema abbraccia un riquadro di brecciolino lavico nerissimo su cui piove acqua vaporizzata che ho visto solo nelle piogge polinesiane. Dura un attimo e ti ricorda che qui gli elementi si manifestano in forme insolite. Lo stesso motel è uno strano mix di stili, con le mug assortite a fiori, la sala della colazione simile alla chiesa della Casa nella prateria e Bobby Solo che ci accoglie con Una lacrima sul viso.
Ci dilunghiamo sul pane nero col burro islandese mentre Bobby Solo sfodera brani mai sentiti e le nuvole grigie acquisiscono un lucore di poco più chiaro di quello che ci ha accolti all’arrivo. Sembra che la notte non sia mai arrivata, o se lo ha fatto non ci ha sorpresi.

Saliamo in macchina diretti a Grindavic, la strada diritta taglia in due una landa di muschi e licheni, quelli che si studiavano in geografia e mai che ci dicessero come sono fatti; il loro verde giallastro si affianca a distese di un verde più classico punteggiato di fiori bluastri che Luigi giura siano lupini, e se non mi soffermo a obiettare che i lupini li coltivava Padron ‘Ntoni nei Malavoglia molte migliaia di chilometri più a sud, è perché in fondo alla strada un gigantesco sbuffo di vapore bianco ha già rubato la nostra attenzione. Sale da quella che immaginiamo essere una centrale geotermica e, non appena ci avviciniamo, il verde giallastro dei muschi viene squarciato all’improvviso da un rivolo d’acqua azzurrissimo. Siamo nel posto dove gli islandesi d’inverno fanno il bagno, il corpo nell’acqua a 38 gradi, acqua che sale da 1980 metri di profondità, e i capelli esposti al vapore che il freddo ghiaccia all’istante. Lo stabilimento è basso e mimetizzato, un luogo turistico discretamente affollato ma dove non troviamo altri italiani, solo molti nordici e orientali che stanno a bagno nella Laguna Blu senza fare rumore, le teste nella nebbia che vola sopra l’acqua, una bibita in mano, la maschera alle alghe sulla faccia.

È la cosa più rilassante e insieme più faticosa che abbia mai provato. Rilassante perché l’acqua calda fiacca il corpo e atterra la pressione, faticosa perché l’acqua calda fiacca il corpo e atterra la pressione. Solo la testa nell’aria fredda sembra contrastare quella tentazione di abbandono, solo le dita macerate dopo due ore di ammollo dicono che è ora di uscire e che Reykjavik ci aspetta.

Ci lasciamo alle spalle il muschio verde verdissimo e l’acqua azzurra azzurrissima ma portiamo con noi il cielo grigio grigissimo sotto il quale giriamo per la capitale con le sue casette che qui e là si fanno a colori e, se guardi bene, sono fatte di latta dipinta. Roba che da noi già in primavera si trasformerebbe in un fornetto Versilia, ma che qui evidentemente non ha modo di surriscaldarsi. Fa freddo, più di quanto il mio corpo possa considerare gradevole, e tiro in testa il cappuccio della giacca. Visitiamo: il museo del fallo, un luogo surreale che conserva in formalina membri di animali dal narvalo all’elefante, dal maiale al topo, e di recente si è arricchito di un esemplare umano donato da un islandese deceduto ultranovantenne; la cattedrale, costruita da un padre e un figlio che hanno impiegato più di 50 anni a finirla; la piazza davanti alla cattedrale dove campeggia la statua di un vichingo che scoprì l’America un pezzo prima di Cristoforo Colombo; alcune vie del centro con negozi di design locale, l’associazione nazionale knitting, e un localino dove mangiamo una shellfish soup servita dentro una forma di pane.

Mentre camminiamo per rientrare al nostro Airbnb, e Filippo ci fa deviare sul mare che è una lastra d’acciaio del tutto distante dal nostro immaginario in proposito, qualcuno dice: “Come mai papà non ha ancora detto che qui ci verrebbe a vivere per un annetto?”.

Chiudiamo le tende oscuranti e andiamo a dormire. La notte dobbiamo inventarcela noi. Forse è questo che succede qui, dove non è il sole a scandire le abitudini. Devi prendere in mano il tuo tempo e decidere cosa farne. Ora, anche se il cielo è chiarissimo, vi auguro buona notte.

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