padri, madri: romanzi sulla dislessia
(Ugo Pirro Mio figlio non sa leggere)

9 ottobre 2017
Scritto da: Francesca Magni

Ugo Pirro, Mio figlio non sa leggere (Rizzoli, 1981). Scrittore e sceneggiatore, nominato nel 1972 a due premi Oscar per uno dei miei film preferiti in assoluto, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Ugo Pirro ha una moglie americana e da lei un figlio bellissimo, Umberto, che inspiegabilmente non impara a leggere. Sono gli anni Settanta, quelli in cui nonostante da un secolo in Europa e in America si conosca la dislessia, in Italia non se ne sa quasi niente. Ugo Pirro si fa terapeuta autodidatta, si lancia da pioniere alla ricerca di metodi per aiutare il figlio, che con ogni evidenza è molto intelligente ma “cieco alle parole”, come disse James Hinshelwood, l’oculista londinese che nel 1895 scoprì la dislessia. In Italia, negli anni Settanta e fino a tempi molto molto recenti, casi come quelli di Umberto finivano nelle mani di psichiatri e psicanalisti, gettati in percorsi interminabili di disamina psicologica, psicoaffettiva, psicofuorviante, «il “dottore”, questa sfinge che il camice bianco rendeva un inquisitore diplomato, anziché un ingegnere delle anime, attribuiva la dislessia di Umberto a un disturbo affettivo. E sarebbe, dunque, bastato secondo lui curare quella carenza perché Umberto acquisisse finalmente l’automazione nella lettura e nella scrittura». Ugo Pirro intuisce la follia di quel malinteso, e lotta, da padre, come può; mentre con la madre di Umberto, così diversa per origini e approccio culturale, si allontana da lui. È storia di una doppia crisi, questo libro. La crisi familiare, inevitabile.

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Ho letto Mio figlio non sa leggere di Ugo Pirro prima di iniziare a scrivere Il bambino che disegnava parole. Mi lasciava attonita quel malinteso ostinato e protratto: disturbo psicologico, pensavano di Umberto, e così pensavamo noi di Filippo. Gli effetti scambiati per la causa. Disagi, rabbie, sofferenze non capite, indizi fraintesi. Fino all’agnizione. Nel teatro classico l’agnizione era il momento in cui un personaggio rivelava la propria vera identità, fino ad allora sconosciuta, e la rivelazione scioglieva tutti i garbugli della storia. La scoperta della dislessia è così: si è gli stessi di prima, ma ci si conosce diversi.

Ugo Pirro

Scrive Ugo Pirro, a pagina 98: «Finalmente in una rivista di psicologia incontrai la dislessia. Mi bloccai di fronte a quel termine, come al cospetto di un nemico atteso da sempre e di fronte al quale non potevo indietreggiare. Fu una scoperta che non mi avvilì, anzi divenni baldanzoso. Come quando una nuova conoscenza coincide con pensieri avuti e che non si è mai riusciti a formulare, così il disturbo di Umberto ebbe un nome e niente altro; senza sapere di più, fui all’istante certo che Umberto era dislessico».

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«Ovviamente è un’ipotesi da verificare, ma mi avete descritto un bambino dislessico. […].

Per prima cosa occorre che io incontri Teo, poi bisognerà fare dei test, andare in fondo a quella che al momento è solo un’ipotesi, aggiunge la psicologa.

Dislessico. Forse è tutto qui. Ma cosa significa davvero? Processate l’informazione ognun per sé, ma c’è qualcosa che provate all’unisono e che la cautela non può intaccare: è la sensazione di avere trovato. Eureka, come disse Archimede quando, entrato nella vasca per fare il bagno, intuì che la spinta che il suo corpo riceveva era pari al peso dell’acqua che spostava immergendosi; la leggenda tramanda che per l’entusiasmo della scoperta il matematico di Siracusa uscì dalla vasca e corse nudo per la città, ed è quello che potreste fare anche voi, nel grigio di febbraio, perché poche cose sono in grado di farci sentire forti e folli quanto capire ciò che prima non capivamo» (da Il bambino che disegnava parole, pag. 105).

Il libro di Ugo Pirro è fuori catalogo, si trova usato on line o su qualche bancarella. Perciò vi regalo qualche stralcio.

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