Intervista a mio figlio dislessico

23 ottobre 2017
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Scritto da: Francesca Magni

Sono tre anni che parlo di lui. Ieri sera a tavola osservavo il suo profilo di ragazzo, il ciuffo biondastro, quella sua aria sempre a metà fra lo sperduto e il consapevole, e ho pensato: è ora di far parlare anche lui.

Filippo, ti va se ti intervisto?, dico prendendo carta e penna. Una cosa “professionale”.

Lui mi guarda indecifrabile mentre succhia un legnetto di liquirizia. Allontana la sedia dal tavolo, batte le mani sulle cosce e dice: Avanti, fammi una domanda.

Comincia così un dialogo che riporto con assoluta fedeltà.

Vorresti non essere dislessico?
«No. Ma se non lo fossi, non vorrei diventarlo».

Chi è la persona che ti ha capito di più, da quando hai scoperto la dislessia?
«La  professoressa di lettere delle medie. Lei è quella che ha capito più sfumature».

Dal punto di vista dell’apprendere, qual è la tua più grande qualità?
«Quando imparo, imparo per sempre. Una volta con i miei compagni leggevamo una pagina di storia, per loro era facile leggerla e difficile ripeterela. Per me era il contrario, era difficile leggerla ma una volta arrivato in fondo la sapevo e ripetevo meglio di loro. Io faccio fatica, quindi sto molto attento a trattenere tutte le cose».

Qual è la cosa che ti riesce meglio?
«Non sempre è la cosa che mi viene più facile, ed è comunque una cosa che non so fare al 100% come invece vorrei… Al momento è andare in barca a vela».

Cosa provi ogni mattina quando entri a scuola?
«Arrivo molto in anticipo e per un po’ dormo sul banco. Quando suona la campanella mi sveglio e provo angoscia. Per tutte le ore di scuola è angoscia. Quando esco, in genere sollievo, ma non sempre perché spesso devo dare una cattiva notizia ai miei genitori».

Qual è la cosa che ti fa sentire più frustrato rispetto alla scuola?
«L’interrogazione. La cosa peggiore è quando non mi lasciano il tempo di pensare e di rispondere. A volte cambiano argomento mentre io ancora mi sto ripetendo la domanda nella testa. Ho visto che funziona ripetere la domanda nella testa, però non c’è tempo».

Hai mai desiderato che tua madre non scrivesse il libro, Il bambino che disegnava parole?
«No. Anzi avrei anche pensato di chiedere a qualcuno di scriverlo, se non l’avesse fatto lei, per far conoscere bene la dislessia».

Che emozioni associ a questa vicenda?
«Dammi una lista di emozioni».

Rabbia, paura, vergogna, sollievo, stupore, gioia…
«Quando l’abbiamo scoperto, sollievo e paura di farla conoscere. Mi angosciava dirlo agli altri. Poi questa paura è diminuita, constatata la mancanza di reazioni negative. Ora è più angoscia, perché le cose a scuola sono difficili».

Un aspetto felice di questa vicenda?
«Il fatto di capire veramente come sono fatto, capire certe mie “noie”. È interessante e piacevole».

Come ti è stata vicino la tua famiglia?
«Sono stati apprensivi, mi sono stati molto vicino».

Pensi che la dislessia ti renda diverso?
«Nessuno è uguale a nessun altro. Io sono dislessico, X è balbuziente, Y ha un disturbo dell’attenzione, a Z è morto il papà. Ognuno ha la sua. Però io sono diverso dal punto di vista scolastico».

Come vorresti che diventasse la scuola?
«Si dovrebbe trovare un meccanismo per valutare la conoscenza in modo psicologicamente non impattante (sic!). Ho fatto il pensiero di una scuola per dislessici, però più lunga. Io non riesco a imparare nello stesso tempo degli altri».

Vorresti una scuola in cui sono tutti dislessici?
«Tutti non so, ma se ce ne sono un po’ è meglio. Quando c’era nella mia classe l’altra ragazza dislessica, quello che i miei compagni considerano privilegio (gli strumenti compensativi, ndr) non era solo per me, quindi aveva meno peso».

Come funziona la tua memoria?

«La memoria serve per ricordare nomi o storie e concetti. Io ricordo benissimo le storie e i concetti. I nomi dipende. Se sono i nomi dei modelli di macchine o degli aerei, di cose che mi piacciono molto, li ricordo benissimo. Se sono le declinazioni è uno sforzo mostruoso».

Come è la tua attenzione?
«Durante una spiegazione breve, di due o cinque minuti, sto attentissimo. In una lezione tutta fatta spiegando, quelle di italiano per esempio, sto attento al 60% la prima ora e al 40-50% nella seconda ora».

Disegnare mentre il professore spiega ti aiuta a stare attento o ti distrae?
«Dipende. Se abbozzo una macchinina che non viene tanto bene e poi magari diventa un aereo, intanto ascolto. Invece ieri sul diario ho fatto un progetto per un grattacielo ed era così bello che mi sono immerso al 100% nel disegno. Te lo devo far vedere*. Hai altre domande?».

 

No, l’intervista è finita.
«Peccato. Era come se mi stessi mettendo in ordine i pensieri».

* Nella foto in alto, per gentile concessione dell’intervistato, il progetto per un grattacielo.

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