il Manzoni che non ti aspetti
(Paolo Poli legge I promessi sposi)

20 agosto 2017

Viaggiamo in auto da ore diretti a est, è ormai sera, troviamo un ristorante carino, siamo affamati; spegniamo l’audiolibro e scendiamo dalla macchina; il 15enne mi avvicina e con voce indecifrabile dice: Ma come scrive il Manzoni. Non c’è punto interrogativo in fondo alla frase e lui evita il mio sguardo. Scrive in modo molto arcaico, tento io cercando la sua complicità. Ma lui mi fredda con disprezzo, Che cosa stupida hai detto.

Quando te lo raccontano, pensi di saperlo. Gli adolescenti devono individuarsi, distinguersi dai genitori, costruire la propria identità. Poi ti ci trovi e scopri che il meccanismo è banale: a voi genitori piace una cosa?, lui la detesta; voi proponete di fare così?, lui vuole il contrario; voi credete in certi valori?, lui dichiara di disprezzarli e ne ostenta di opposti. È semplice, prevedibile e snervante.
L’estate dei suoi 15 anni – questa – è stata come il gioco del solletico, vince chi resiste più a lungo, e a noi tocca la parte di resistere. Naturalmente abbiamo perso spesso, e urlato parecchio. Una guerra di logoramento, uno stillicidio di proteste, un borbottio costante, più volte al giorno, più volte all’ora, al minuto, Com’è cattiva questa pasta, neanche una pasta sapete cucinare!, Odio questa spiaggia, potevamo almeno andare nell’altra! e Che palle le vacanze con voi, fate viaggi stupidi in posti non interessanti!
Le vacanze quest’anno le abbiamo ristrette. Vuoi un sotterraneo senso di insicurezza che lavora dentro anche se si cerca di non ammetterlo, vuoi il timore di investire in un viaggio per sentirsi rinfacciare che è tutto brutto e sbagliato, vuoi che In bicicletta con voi non vengo più perché andate troppo piano, quest’estate ce ne siamo stati tranquilli al mare salvando un pugno di giorni per un piccolo giro in macchina fra Trieste e Slovenia, Per seminare comunque qualcosa, ci siamo detti.
Saliamo in auto, i figli dietro, le cuffiette già alloggiate nei padiglioni e la mano all’altezza della cintura pronta a sparare il volume del cellulare. Stanno già ascoltando musica quando prendiamo posto sui sedili davanti; apro l’audiolibro nuovo di zecca, tre dischi, infilo il primo nella fessura, il cruscotto lo risucchia con un rumore vagamente voluttuoso e poco dopo, a volume ragguardevole, le casse annunciano: Paolo Poli legge I promessi sposi.
Chi ha saputo rimuovere l’odio generato da un intero anno scolastico – il secondo delle superiori – dedicato alla disamina ossessiva del Romanzo Italiano per antonomasia e abbia avuto, da adulto, lo slancio per riaprire le pagine manzoniane, in genere assicura che è meraviglioso, non il supplizio che ricordava. Mio marito e io non avevamo mai trovato il tempo, la voglia o forse il coraggio di ritornare ai Promessi sposi, ma a vedercelo offerto in lettura (e che lettura quella di Paolo Poli!) siamo rimasti ipnotizzati per cinque ore filate.
La macchina mangiava l’asfalto della A4 e di tanto in tanto i ragazzi protestavano per il volume a cui veniva declamato il Manzoni, È a 45, quando c’è la nostra musica al massimo lo tenete a 23! Niente, non sentivamo ragioni, ogni assalto al nostro letterario godimento è stato respinto con forza, finché l’adolescente femmina si è rassegnata a pompare il suo iPod al massimo mentre il maschio ha deciso per un duello all’ultimo sangue, e poiché le sue rimostranze ci impedivano di seguire la storia, è stato minacciato: Un’altra parola e ti tolgo le cuffie. Va da sé che, pronunciata la parola di troppo, è stato costretto a consegnare le orecchie indifese ai Promessi sposi.
Si era allora quasi a Trieste e la storia conduceva Lodovico verso un nuovo destino, quello che l’avrebbe trasformato in fra Cristoforo, uomo arricchito dalle contraddizioni del proprio animo e della sorte, dall’inclinazione al bene rovesciata suo malgrado per un involontario omicidio, che è poi la svolta della sua esistenza.

La voce, anzi le voci di Paolo Poli si inerpicano per i periodi circonvoluti come sentieri di collina e l’abilità è tale che chi ascolta non si perde mai e tutte le infinite sfumature che il Manzoni seppe dipingere, da artista magniloquente e giusto qual era, si sprigionano in un effetto che un po’ sciocca e un po’ umilia: ora ho capito perché. Solo ora. Raccogliamo arguzie, ironie, osservazioni politiche, allusioni, risvolti emotivi, tutto il campionario della straordinaria intelligenza manzoniana in una nuova comprensione stupita e ammirata; un autentico piacere.
Come è possibile che ce l’abbiano fatto detestare?, dico io, Era scritto piccolissimo, dice mio marito, lo ricordo come un incubo. E i compitini: le noci di fra Galdino, l’umiltà di Lucia, la provvidenza secondo Manzoni, minuzie e anacronismi, mai che ce lo facessero guardare dall’alto, assaporare, godere, dico io. O ascoltare, dice lui.
Scopriamo di non ricordare l’episodio in cui fra Cristoforo cerca di far desistere don Rodrigo dall’ostinazione per Lucia, forse quel capitolo a scuola si saltava e ora ci dispiace perché vorremmo averlo letto meglio già allora; come la storia della monaca di Monza che entrambi avevamo archiviata sotto una sintesi da stereotipo e ora scopriamo ben più sottile e psicologicamente complessa, mirabile esempio di come una natura di per sé buona possa essere traviata attraverso la crudeltà mentale.
Di tanto in tanto fermiamo il disco per esclamare Ma è meraviglioso, Non lo ricordavo così sagace, Le dinamiche fra deboli e potenti sono le stesse di oggi, I meccanismi mafiosi erano già tutti lì, Sentirlo recitato così è tutta un’altra cosa.
Dal sedile posteriore un inaspettato silenzio ci avverte che il 15enne è in ascolto, il suo fiato sospeso tradisce il fastidio per le nostre interruzioni e i nostri commenti. Ascoltare, per lui che è dislessico, oggi è diventato sinonimo di leggere, e diciamo grazie alla tecnologia.

Poi arriviamo, c’è un ristorante carino e siamo affamati; dobbiamo spegnere, lui scende dalla macchina e dice: Ma come scrive Manzoni. Non c’è punto interrogativo in fondo alla frase, lui evita il mio sguardo, ha la voce un po’ rotta, mi accorgo che è emozione. Scrive in modo molto arcaico, tento io cercando la sua complicità. Ma lui mi fredda con disprezzo, Che cosa stupida hai detto; scrive in un modo bellissimo.
A settembre andrà in quinta ginnasio. Alessandro Manzoni, I promessi sposi. Lo guardo preoccupata, che test si inventeranno, su cosa lo sfiniranno, 50 domande in 50 minuti come è in uso al suo liceo… Opere di immortale bellezza ridotte a compitini detestabili. Gli permetteranno di ascoltarlo o lo costringeranno a leggere, uccidendo in lui ogni speranza e ogni piacere?

Ma ora ha una luce negli occhi, vibra di un’emozione che gli conosco, la stessa di quando da bambino mi ascoltava leggere la sera, l’emozione della conoscenza che è prima di tutto scoperta. L’emozione di una storia letta ad alta voce. Per quanto abbia passato l’estate a dichiarare il contrario, in fondo ama un po’ anche le cose che amiamo noi.
Questo me lo ascolterò tutto, dice dandosi un tono disinvolto; Quante ore dura?, aggiunge avviandosi verso il ristorante.

P.S. La meravigliosa lettura dei Promessi Sposi fatta da Paolo Poli è edita da Emons Audiolibri, in 3 dischi mp3 e dura circa 30 ore. L’audiolibro – non questo, l’audiolibro in genere – ha un solo piccolo difetto: non ho potuto sottolineare tutte le frasi che, riascoltate col senno di oggi, vorrei tenere con me, immortali.

Scritto da: Francesca Magni

Post letto 693 volte
Tags: , , , , ,

5 commenti a “il Manzoni che non ti aspetti
(Paolo Poli legge I promessi sposi)”


Scrivi un commento



*


Ricevi un avviso se ci sono nuovi commenti. Oppure iscriviti senza commentare.



Segui questo link per ricevere nuovi post dal blog!