una scrittura originale per
una originale storia di scrittori
(Filippo Bologna I pappagalli)

3 aprile 2012

Filippo Bologna I pappagalli (Fandango Libri € 16,50, pp. 310). Ho letto questo libro lontano dall’Italia perciò non so se i giornali ne abbiano parlato e come, non so se la sua uscita abbia smosso qualche interesse. Né posso andare a vedere (e mi incuriosirebbe) in che punto della libreria lo abbiano messi i librai, se a pigne, in vetrina, tra  le novità, in un paio di copie sullo scaffale delle scorte. O niente del tutto. Se avessi una libreria, lo metterei in vetrina. Se Filippo Bologna fosse un cantante, gli farei vincere X Factor, come usa oggi per gli esordienti. E poi, sono sicura, finirebbe in classifica, almeno quella dei titolo più scaricati dal web, come succede a chi è bravo e non è spinto da nessuno.

Ho detto all’ufficio stampa che lo avrei recensito dopo le prime due pagine: non mi sbilancio mai così. Avrebbe potuto deludermi, tanti libri iniziano con brio e poi non valgfono (tra gli esordienti e gli scribacchianti è in voga l’idea che un buon incipit dia più del 50 per cento di chance di essere letti e pubblicati, ed è in voga la stessa idea presso molti editori). Per qualche non chiara ragione sapevo che non mi avrebbe delusa.

Quella voce inconfondibile da cantante di talento, di quelle voci che potrebbero cantare l’elenco del telefono e a sentirle dici è Lucio Dalla!, è De André!, è Leonard Cohen!, si sente in ogni pagina anche ad aprire a caso e leggere da metà frase.

Ora vorrei dirvi che cos’ha di speciale la scrittura di Filippo Bologna (classe 1978, vincitore del Premio Bagutta Opera Prima nel 2010 con Come ho perso la guerra). Potrei dire che guida l’occhio del lettore lasciando che le informazioni sguscino fuori come arachidi dalla buccia. O che racconta la storia da una panoramica aerea, con una telecamera che scende in picchiata a ravvicinare la scena e a penetrare la vita dei personaggi. O che usa le parole e le immagini (molte immagini) in un modo capace di creare senso. O che è verista e ironico. O che non dà nomi ai personaggi ma li chiama attraverso i loro ruoli (L’Esordiente, Lo Scrittore, Il Maestro, La Fidanzata, La Seconda Moglie…) e questo li rende paradigmatici.

In ogni caso non riuscirei a farvi capire perché questo romanzo valga la pena quanto può invece un brano che qui vi copio e spero abbiate la pazienza di leggere.

Prima però due righe sulla trama.

Tre scrittori sono in finale per un importante premio letterario; un Esordiente, uno Scrittore affermato, e un poeta-scrittore sulla parabola discendente dell’età e della fama. La corsa all’ambito premio è l’occasione per dissacrare il genere ma soprattutto per sviscerare in ogni protagonista il percorso verso la scrittura, e il rapporto con quel successo particolare che è costituito dall’essere scrittore. Le storie dei personaggi sono originali, si intrecciano creando pathos e curiosità, offrono un colpo di scena finale (per chi è in cerca del genere), e assumono un sapore vagamente simbolico attraverso il contrappunto di uccelli misteriosi che appaiono a partire dalla copertina e dal titolo.

Ma il valore aggiunto è la capacità di spingersi al fondo delle domande ambivalenti con cui ognuno dei protagonisti fa i conti: valgo veramente quello che gli altri credono? Voglio il successo più di ogni cosa, ma ne sono degno? Perché il mondo non mi tributa la gloria che vorrei? In sostanza, per chiudere con una citazione, «Non c’è uomo che un attimo dopo aver spento la luce non venga assalito da un dubbio: Sono Io un impostore?».

[Nota a margine: ho letto una delle copie staffetta, spero che quelle definitive siano più accurate nell’editing. Non ho apprezzato l’uso del pronome te in funzione di soggetto, al posto di tu. D’altra parte Filippo Bologna è toscano e potremmo concederlo come vezzo campanilistico].

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Se solo alzassero gli occhi al cielo, gli uomini vedrebbero cose diverse da quelle che vedono. Dall’asfalto annerito, dalle foglie ingiallite, dalle pozzanghere, dalle merde di cane, dalle cicche sbaffate, dagli orecchini spaiati e dagli spiccioli che solo i più fortunati riescono a vedere.

Cose diverse.

Vedrebbero le carlinghe degli aerei trafitte dal sole, le nuvole corteggiarsi come delfini in amore, le cime degli alberi ondeggiare al vento, il cielo cambiare colore e l’orizzonte curvarsi col mutare delle stagioni, vedrebbero la prima stella della sera e l’ultima del mattino, le luci accendersi e spegnersi ai piani alti dei palazzi, vedrebbero i terrazzi fioriti, i tetti irti di antenne e i panni stesi a svengolare sui fili.

Vedrebbero anche un ragazzo in mutande e maglietta, in piedi sulla terrazza di un piccolo loft all’ultimo piano di un palazzo fascista, un tempo popolare e ora nel mirino delle agenzie immobiliari.

Appoggiato alla balaustra del terrazzo guarda in giù, verso le insegne dei distributori ancora illuminate, verso gli scooter che braccano i bus affollati del mattino. Se avesse guardato in su anziché in giù, il ragazzo avrebbe visto un oggetto scuro, e non meglio identificato, in lento ma inesorabile avvicinamento.

Alle sue spalle, dietro la grande porta a vetri spalancata sull’alba, i lunghi capelli neri sparsi sul cuscino bianco, sopra uno scomodo materasso anallergico a una piazza e mezzo dorme la sua fidanzata, e dentro la sua fidanzata dorme qualcuno – è talmente prematuro che è meglio dire “qualcosa” – e allora dorme qualcosa, che il ragazzo non conosce ancora, ma che tra qualche mese imparerà a conoscere.

Difficile dire come mai si fosse svegliato tanto presto, forse un brutto sogno, magari solo un po’ di tensione in vista della Finale del Premio.

Perché non vi tragga in inganno il fatto di vederlo in mutande e maglietta su un terrazzo di Roma in questo sfolgorante mattino di primavera, il giovane è scrittore, scrittore esordiente, per cui non si offenderà sel o chiamiamo così (del resto tutti lo chiamano così). E L’Esordiente, in quanto tale, ha scritto e pubblicato solo un romanzo, che però è andato dritto al segno. Non occorre certo averlo letto pr capire da subito che è uno di quei libri che resteranno, uno di quei rimanzi che si scrivono una volta nella vita, l’opera di un giovane che sembra già maturo, come la critica non ha mancato di cogliere.

Dall’altra parte della città, quasi in aperta campagna, a una ventina di chilometri in line d’aria dal terrazzo sul quale abbiamo lasciato L’Esordiente, una vescica repleta richiamava l’attenzione del padrone del corpo in cui era imprigionata. E il padrone era un uomo canuto e magro che amava – anzi, pretendeva – farsi chiamare Il Maestro… (continua).

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Qui Filippo Bologna parla del suo romanzo a Radio Città Futura

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Scritto da: Francesca Magni

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