il bene e il male secondo Murakami
(Murakami Haruki 1Q84)

4 gennaio 2012

Murakami Haruki 1Q84 (Einaudi, 2012, traduzione di Giorgio Amitrano, € 20,00, pp. 718). La prima domanda che mi sono fatta su questo libro è come si pronuncia il titolo. C’è voluto un centinaio di pagine per pensare che la lettura migliore è millequottantaquattro: 9 in giapponese si legge kyu, come la lettera Q in inglese, e ku vuole anche dire dolore. 1Q84 è una variante del 1984, un anno in cui, per un inspiegabile slittamento, nel cielo compaiono due lune e qualcosa, nella vita dei protagonisti, è come “slittato”, modificato. Un po’ come una rotaia slitta quando viene manovrato uno scambio.

Ma andiamo con ordine e con la trama, per quanto non sia lì tutto l’essenziale. Il romanzo alterna i capitoli con regolarità, uno dedicato ad Aomame, l’altro a Tengo (e vi prego di notare quanto sono belli i titoli dati a ogni capitolo). Entrambi 29enni, vivono vite parallele e solitudini omologhe.

Aomame è sportiva, abile nei massaggi, ha nel tatto un talento speciale per percepire la vitalità dei corpi e per individuare quel punto, l’unico in ognuno di noi, nella nuca, dove conficcando un ago sottile si può provocare una morte identica a un infarto. Senza lasciare tracce. Aomame è una killer. Uccide uomini che violentano e picchiano le loro donne; detto altrimenti, aiuta donne vittime a liberarsi del carnefice, evitando loro l’umiliazione e l’incertezza di un processo.

Tengo insegna matematica ma vorrebbe scrivere romanzi e si lascia coinvolgere da un editor senza scrupoli in un progetto truffaldino: riscrivere La crisalide d’aria, romanzo bizzarro e surreale di una 17enne dislessica e dal passato enigmatico, per farne un bestseller e di lei una scrittrice-personaggio.
Serve l’attitudine giusta, per leggere Murakami. Tanto per cominciare per i dialoghi. C’è, nella comunicazione tra giapponesi, una schiettezza inusuale per noi occidentali, una schiettezza che a prima vista non dovrebbe abbinarsi ai tanti formalismi di questo popolo, eppure ne è il paradossale risultato. Mi piace la lingua asciutta di Murakami, come mi piace la linga asciutta di Banana Yoshimoto e di Inoue Yasushi. Adoro quei dialoghi così diretti, disinibiti, imbarazzanti.
Poi bisogna abbandonarsi alla storia, anzi, alle mille storie che vi saltano in mezzo (quella del padre di Tengo, solerte impiegato della radio che passa le domeniche a riscuotere il canone da chi non paga; quella della famiglia di Aomame, adepta di una setta religiosa integralista, quella di Fukaeri, figlia di un intellettuale utopista fondatore di una comunità di ispirazione maoista, per citarne solo qualcuna).

Via via che si leggono le vicende parallele di Aomame e di Tengo, si svelano nessi imprevisti tra le loro vite: non è solo il fatto che Tengo e Aomame si sono conosciuti da piccoli, a scuola. Non è solo il fatto che Aomame non ha mai amato nessun altro che il bambino di dieci anni che una volta la difese davanti ai compagni e con il quale non scambiò mai una parola. Non è solo che la trama surreale della Crisalide d’aria finisce per travasarsi nella vita vera. È soprattutto il nesso fra le solitudini, fra persone che vogliono disperatamente costruirsi una vita diversa da quella a cui un’infanzia infelice le ha condannate, ma si accorgono, una votla adulte e libere di determinarsi, che quell’imprinting primario le ha segnate e rese molto più simili a ciò che rifiutano di quanto vorrebbero. È il domandarsi implicito, nella vita di Aomame e di Tengo (e di ognuno di noi), dove stia il confine tra un incontro casuale e un vero amore, tra la giustizia e la malvagità.
Mi colpisce, di Murakami, la sponataneità con cui getta situazioni surreali nella realtà. E la naturalezza con cui i suoi personaggi le accettano. Non vuole insegnarci qualcosa, Murakami, non sembra questo il suo intento. Non c’è dimostrazione, non c’è morale. Se ne ricava, però, la sensazione che la realtà sia più vasta di quanto ce la figuriamo, che possa comprendere in sé slittamenti inspiegabili, dimensioni insondabili e non misurabili. In questa conclusione mi sostiene un brano riferito a Tengo, a pagina 224. Ve lo trascrivo. Rende molto bene quello che un buon romanzo dovrebbe lasciare. Ma soprattutto quello che lascia un romanzo di Murakami, “una formula magica incomprensibile”…
«Durante le sue visite al mondo della matematica [Tengo] non aveva problemi, tutto procedava in accordo con i suoi pensieri. Niente gli impediva il cammino. Ma quando si allontanava da lì per tornare nella realtà (perché non poteva fare a meno di tornarvi), il luogo in cui si ritrovava finiva per essere sempre la solita misera gabbia, identica a prima. Le condizioni non miglioravano in nulla, anzi gli sembrava perfino che le sue catene diventassero più pesanti. Se era così, allora, a cosa gli serviva la matematica? Non era solo un messo di fuga momentanea che finiva addirittura col rendere le condizioni della realtà ancora più aspre?
Man mano che quei dubbi crescevano, Tengo cominciò a porre, coscientemente, una distanza tra sé e il mondo dolla matematica. Nello stesso momento, la foresta dei romanzi iniziò ad affascinare il suo cuore con forza sempre maggiore. Naturalmente anche la lettura di romanzi era una via di fuga. Dopo aver chiuso un libro era costretto a tornare nel mondo della realtà. Ma un giorno Tengo si accorse che quando dal mondo dei romanzi tornava in quello reale, non provava lo stesso senso di amara delusione di quando rientrava dal mondo della matematica. Perché? Ci rifletté a lungo e infine giunse a una conclusione. Nella foresta dei romanzi, per quanto il nesso tra le cose potesse sembrare evidente, non succedeva mai di ricevere una risposta chiara. Era quella la differenza con la matematica. Il ruolo del romanzo, per dirla in modo sommario, era quello di mutare un problema, dandogli una forma diversa. E grazie alla natura e alla direzione di quel cambiamento, veniva suggerita, in chiave romanzesca, una soluzione alternativa. Tengo tornava nel mondo della realtà portando con sé quel suggerimento. Era come una formula magica incomprensibile, scritta su un pezzo di carta. A volte mancava di coerenza e non poteva trovare subito un utilizzo pratico. Ma aveva in sé una possibilità».

Scritto da: Francesca Magni

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