caos forza separazione
(dall’antologia Maternità possibili)

7 ottobre 2011

Maternità possibili (Edizioni Scalino) è un’antologia di 122 storie, racconti, riflessioni, ma anche canzoni e poesie, intorno al tema della maternità scritti da madri e non. Il dettaglio originale è che i nomi delle autrici sono elencati in copertina, mentre i singoli testi sono volutamente non firmati. L’effetto è quello di un puzzle che si compone pezzo dopo pezzo raccontando come la maternità cambia o potrebbe cambiare la vita di ogni donna. C’è anche un mio scritto, che potete leggere qui in anteprima.

Ora il libro è in vendita a Milano:

libreria Hoepli

libreria Trovalibri, viale Monte Nero 7

libreria Aleph MM1 Lima

L’Art Maison, piazza Grandi 24.

Il 12 novembre sarà presentato anche a Chiari (Brescia) a villa Mazzotti Biancinelli, alla Rassegna della MicroEditoria.

caos forza separazione

di Francesca Magni

L’aveva detto l’ostetrica al corso preparto. Ci sono due gravidanze, una dentro, per mettere al mondo un bambino, e una fuori. Per mettere al mondo una madre. Nove mesi l’una, divisi in tre.
Le prime dodici settimane sono uno shaker da barman. Euforia e stanchezza, gioia e dubbi, estasi e ansia, miscelare in parti uguali. Caos. Gli ormoni bombardano la madre mentre l’embrione si accomoda nel suo sito e cellula più cellula prende forme da miniatura. In tre mesi si fa tutto, unghie comprese. È grande quanto una noce, è ricco quanto un uomo. La mamma vomita al mattino ed è felice a mezzogiorno, nauseata il pomeriggio e deliziata la sera. La mamma sogna tutti i propri nodi, le cicatrici, pieghe mai stirate, l’irrisolto torna a galla come melma a inquinarle la notte, le fa singhiozzare abbandoni mai guariti; ma nella luce freddina dell’alba la marea rifluisce coi suoi detriti galleggianti, ora la mamma è un po’ risciacquata, cerca con la mano il ventre morbido e aspetta vogliosa di trovarlo pieno.

Dal terzo al sesto mese il feto è completo, non gli resta che crescere, ingrossare, proporzionarsi, mettere i capelli. Consolidare il più, che è fatto. Un mattino, o una sera, la mamma è sdraiata e sente qualcosa, saranno i miei visceri, pensa, ma poi sente ancora e sa che è diverso. Lui c’è, lei è madre. Il sonno le fa una culla serena, se sogna, sogna di lui, se esce, è con lui, se sul tram le cedono il posto, è per lui, se qualcuno non la abbandonerà, è lui. Lui che non è maschio e non è femmina, lui che è la sua possibilità di essere ciò che deve essere. Scintilla su legna, la madre è legna e camino. Lui la accende e lei distribuisce calore. Per lui ha perso la testa, gli oggetti le cadono dalle mani, è distratta, niente di quel che è fuori la interessa più di quel che ha dentro. Beatitudine e forza. E ride, ride, come ride di gusto la mamma!, per una battuta, per un niente, per la vita che le si è espansa al cubo, vita elevata alla terza.

Al sesto mese la pancia è conclamata. Lo sanno tutti, si vede. Dentro, qualcosa di grosso. Il feto prende spazio, si capovolge, nuota, succhia le dita, si insinua sotto le costole, comprime lo stomaco. Se la madre si sdraia le fa compagnia, un bozzo improvviso – un piedino, testa sopra, testa sotto, cordone a sciarpa, il bacino aspetta che lui metta la testa a posto, si allarga con dolore, il pube dilaniato tra il bisogno di lasciar andare e l’istinto a trattenere; la notte, la vescica ha preso il posto dei sogni. La mamma si ritrova spodestata da se stessa, capisce che ciò che ha dentro non è parte di lei. Separazione. Lui va oltre. La invade, la dilata, la sfrutta, la consuma. Uscirà. Lei, un camino spento. La paura del parto si insinua nelle notti insonni, il dolore?, che faccia avrà?, saprò spingerlo?, cosa sarò, senza più lui?

Ci sono voluti nove mesi perché nascesse il bambino, ne servono altrettanti perché nasca la mamma. Così intuisce lei nei rari lampi di lucidità delle sue giornate capovolte, bombardata di messaggi come lo era il feto dagli ormoni, messaggi che non decifra, la madre, creta molle nelle mani di uno scultore. Caos. Il ritmo sonno-veglia le è stato rubato, il pianto è martello e scalpello, incide solchi nella carne, le batte in testa con un disegno che lei ancora non riesce a vedere. Si vede, invece, informe e irriconoscibile, pasta indocile costretta a piegarsi. Gioia, se contempla il figlio sprofondato in un sonno fermo come terra battuta, orgoglio e fierezza, tenerezza e estasi; angoscia, se non trova risposte a un pianto bizzoso simile al mare quando s’inviperisce. Sono passati tre mesi e alla mamma serve uno specchio: è un’altra, ora comincia a vederlo.
Si conosce nuova, è una mamma fatta, non le resta che crescere, ridefinire le proporzioni, esercitarsi, consolidare. Un mattino si alza e si accorge che lui non l’ha svegliata. Lo mette nel passeggino e lo porta a spasso, ora hanno dei ritmi, sonno e veglia, torna il sole, l’aria aperta, le scarpe per uscire. Quattro mesi, cinque mesi, sei mesi. Lo scalpello lavora di fino, più lima che martello. La mamma si esercita, sperimenta nuove acrobazie, una pappa in trasferta, un viaggio, un’ora fuori senza di lui. Sa come fare, adesso, è il momento della forza. Lui le sorride, la riconosce, vuole proprio lei, solo lei; scintilla nel suo camino, la mamma è tornata a irradiare energia, la vita si espande in lei rifatta a nuovo, e si espande attorno, vita elevata al cubo. Lui siede sul tappeto e si afferra un piedino.
Il giorno che gambe e braccia scoprono la sincronia, qualcosa cambia: ha capito, può muoversi da solo. La mamma lo osserva felice, non aspettava che questo momento, come aspettava di vederlo uscire dalla pancia per scoprire che faccia avesse. La mamma ha perso il ruolo di motore. Ora lui va, tocca rincorrerlo. La mette alla prova, vuota i cassetti, butta la forchetta dal seggiolone, espugna la casa come un tempo il ventre di sua madre, e lei lo sa già, come continua la storia.
Lo sa come continua, la spirale del tempo. Caos, forza, separazione. Ere che si ripercorrono su scala maggiore. Primi passi, prime parole, prime prove di potere, contese, capricci, limiti da oltrepassare, zero tre anni, un bimbo che forma il carattere, in miniatura c’è tutto, euforia nel vederlo andare, ansia di non saperlo tenere, e quando il linguaggio permette i primi confronti la forza scaccia il caos, il bimbo diventa un compagno, piccolo uomo, piccola donna, deve solo crescere, tre sei, impara le cose del mondo, la mamma dice e lui raccoglie, elabora, va a scuola, com’è minuscolo in prima, con quello zaino sulle spalle, saprà affrontare i compagni, le prove, i giudizi?, l’anno finisce e lui ne ha quasi sette, otto, nove.

Voglio prendere il treno da solo, ha detto. Per andare dalla nonna, sono pochi chilometri, lo sai che ormai posso farlo! Ha compiuto nove anni a marzo. Insiste finché gli viene concesso. Ti do il cellulare, se hai bisogno chiama. Non mi serve, non sono mica un bebè. Siediti vicino a queste signore, ti fanno compagnia. Ma lui non vuole compagnia: è se stesso solo, che cerca. Mi avvicino per abbracciarlo. I tuoi baci mi piacciono, mamma, ma non in pubblico, dice con sorriso d’imbarazzo. Mi sventola la mano mentre il capotreno fischia, gli occhi già distratti dall’avventura. Giro le spalle al binario vuoto e mi accorgo di non aver respirato per paura che facesse male. Invece respiro, e non sento male. Sento me.

[di Francesca Magni, tratto da Maternità possibili, 2011, Edizioni Scalino, € 14,00]

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(dall’antologia Maternità possibili)”


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