«Se hai da dire qualcosa, dilla.
Se poi ti tocca di dirla urlando, allora significa che ne vale la pena»
(Christian Frascella La sfuriata di Bet )

14 settembre 2011

Christian Frascella, La sfuriata di Bet (Einaudi, 2011, € 17,00). Leggendo questo romanzo ti sembra di guardare il mondo di oggi attraverso il buco di una serratura. Il punto di vista è circoscritto, ma lo spaccato che inquadra è chiaro. E in questo caso emblematico della condizione dei ragazzi italiani, e della nostra situazione sociale. La protagonista è Bet, una liceale 17enne di Torino; sulle prime si presenta come la tipica ribelle che gira per la città di notte, va nei bar da sola, è scontrosa, non ha peli sulla lingua e ha sempre pronta una risposta velenosa. Ma ha anche una sua visione del mondo («Sono strani gli uomini tristi. Con tutto che comandano ogni cosa loro, riescono pure a sentirsi tristi. E allora noi? Che dovremmo fare?» pag. 3. «La mia religione è: se hai da dire qualcosa, dilla. Se poi ti tocca di dirla urlando, allora significa che ne vale la pena» pag. 6. «Una donna lo sa. Uno sguardo insistente maschile ti tocca più di una mano» pag. 8). E più che sapere ciò che vuole sa ciò che non vorrebbe: non vorrebbe che la fabbrica mettesse sua madre in cassa integrazione, non vorrebbe che suo padre stesse a Roma dove si è trasferito dopo il divorzio, non vorrebbe aver desiderato, un pomeriggio di cinque anni prima, le attenzioni di un ragazzo al supermercato, perché quel giorno, per colpa sua, è successo qualcosa di irrimediabile che non vi posso dire ma si intuisce abbastanza presto. Si intuisce perché le persone come Bet si portano sempre appresso un trauma, un dolore di quelli che ti cambiano la vita e non puoi più tornare indietro, solo andare avanti, se ce la fai.

Bet ci prova a suo modo seguendo il filo di una personale logica di giustizia sociale: finisce al commissariato per salvare una vecchietta dallo sfratto e in quell’occasione conosce Viola, 22enne incinta di non si sa chi, un’altra “ragazza rotta” ma piena di dolcezza. Bet e Viola diventano amiche e il loro rapporto si stringe mentre si stringe anche il bisogno di Bet di mettere ordine nel mondo. Il mondo però non si lascia riordinare, la fabbrica della madre annuncia licenziamenti, lo sciopero a cui partecipa anche Bet finisce con una carica della Polizia, il padre che Bet ama moltissimo decide di non tornare a Torino ma di ricostruirsi una vita a Roma con una nuova compagna giovanissima. Bet risponde male ai professori, maltratta Leonardo, l’uomo di sua madre, cerca di dare una scrollata alla ragazza musulmana che abita nel palazzo e che vede schiava del fratello, e poi si intromette nella questione della paternità del figlio che Viola sta aspettando. Quando arriva a incatenarsi al calorifero della presidenza e Andrea e altri compagni la sostengono in una occupazione improvvisata, Bet finalmente fa la sua sfuriata: un monologo contro questa società precaria e infelice in cui i ragazzi sono più infelici e precari di tutti. Andrea la riprende, il video fa il giro del web, Bet è riuscita a urlare al mondo la sua rabbia. I giornali parlano di lei.

Ora che il romanzo corre al finale e Viola partorisce in ascensore (perdonate se ve l’ho detto, ma non era poi una gran sorpresa), anche i difetti che ho incontrato leggendo trovano una composizione. Mi pareva che Bet avesse tratti troppo maschili e mi chiedevo perché Christian Frascella avesse scelto una protagonista femmina: in questo mondo di infelici e precari le ragazze, le donne sono le più infelici e precarie di tutti; e Bet con quei suoi modo un po’ al limite riesce a riassumere un disagio che non è di genere ma di una generazione. Mi chiedevo perché quel finale inverosimile nell’ascensore: se c’è una cosa che questo libro racconta è che ognuno partorisce se stesso attraverso le proprie sofferenze, e qualcuno viene alla luce in luoghi più angusti e stretti, come è stretta e angusta la vicenda di Bet, per il trauma vissuto quando aveva 12 anni. Ecco: lì, nel punto in cui lo scrittore decide di raccontarlo, poco oltre la metà del libro, c’è secondo me l’unico punto debole, dieci pagine un po’ scontate senza le quali avremmo capito lo stesso. Perché il motore delle nostre vite è sempre un dolore, non i suoi dettagli.

Scritto da: Francesca Magni

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Se poi ti tocca di dirla urlando, allora significa che ne vale la pena»
(Christian Frascella La sfuriata di Bet )”


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