se la filosofia si degna di occuparsi di noi
(Stefano Bonaga Sulla disperazione d’amore)

12 agosto 2011

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Stefano Bonaga, Sulla disperazione d’amore (Aliberti, 2011, € 13,00, pp. 142). «Di disperazione d’amore si può patire un numero limitato di volte. Ma l’ultima potrebbe essere la penultima. Paradossalmente questa consapevolezza, invece di atterrire, consola» (pag. 136).  Ecco cosa si ottiene invitando un filosofo a riflettere su un tema universale ma in genere esiliato dalle scienze alte e dalla filosofia in primis, perché troppo impastato con la vita. Eppure mettere un filosofo a dissertare della disperazione d’amore può dare esiti straordinari,  come accade in questo piccolo, prezioso libro. Il ragionare è serrato, la logica stringente, i rilievi dall’esperienza lucidi, il risultato inattaccabile, anche in quei tratti comici che talvolta affiorano, e fa così bene leggerli. È un libro che finalmente dona dignità filosofica a un tema inevitabile nelle nostre esistenze; non offre soluzioni, è chiaro, ma è esso stesso una specie di specchio in cui curarsi. Perfetto da leggere nell’attesa che si consumi quel tempo di lunghezza imprevedibile, e sempre necessario, perché la disperazione si díssipi, da sola e all’improvviso, chissà perché. Ma mentre vi procurate il libro – che consiglio caldamente di tenere in casa in una o più copie, perché non si sa mai e perché un amico/a in crisi c’è sempre – vi copio qualche brano, di certo non esaustivo: solo leggere da capo a fondo rende il senso di questo saggio intelligente.

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«L’ossessione è il primo sintomo della disperazione d’amore.

Come definire altrimenti la completa sparizione della libertà di agire e di pensare che essa comporta?

La parola, il gesto della persona amata si presenta, al modo delle Sacre Scritture, come il luogo della Parola da interpretare, il testo sacro di cui solo l’ascolto è permesso, e la sua esegesi ricorrente» (pag. 15)

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«Il disperato d’amore è come un’automobile diventata ferraglia per assenza di benzina. L’unica benzina è poter riamare. I consiglieri che non riesci a evitare ti suggeriscono carrozzerie modernissime e nuovi motori potentissimi, mentre tu gli dici che non hai benzina. I piccolissimi spostamenti dell’automobile-ferraglia si producono solo a calci e spinte. Passato molto tempo, anche le braccia e le gambe si stancano. A quel punto una persona civile – seppur disperata d’amore – si chiede come non bloccare più il traffico. L’autoricovero e il suicidio sono due forme molto civili di risposta. È uno dei rari casi – forse l’unico – in cui senso dell’onore e debolezza possono convivere» (pag. 97)

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«Il ricettario di cura più elementare per il disperato d’amore prevede sonno ad ogni costo, pazienza senza oggetto, lotta contro la memoria, inibizione di ogni attesa futura, sedativi a portata di mano, promozione di euforia artificiale, un misto di isolamento e contatto umano sneza nessun criterio, concentrazione su cose futili, depotenziamento del pensiero, potenziamento del respiro e mutazione a caso delle abitudini quotidiane. Se tutte queste pratiche riescono, si ottiene il massimo dei risultati possibili: non la guarigione – per cui non c’è cura garantita, ma solo destino, o casualità – bensì una più amorevole perdita di sé» (pag. 104)

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«Per un disperato d’amore gli oggetti di uso quotidiano più importanti sono i propri terminali di telecomunicazione. Cassette delle lettere, segreterie telefoniche, telefoni vari e l’indirizzo email. La dedizione straziante che egli dedica a ciò che in essi si produce, è uno dei comportamenti più degni di pietà. Solo il parossismo dell’attesa di Godotpuò essergli paragonato. Con la differenza saliente che comunque Godot non si manifesta mai, mentre le telecomunicazioni continuano normalmente a funzionare con ogni tipo di messaggio, meno uno. È così che all’inane attesa metafisica si sostituiscono le tempeste dell’adrenalina» (pag. 108).

Scritto da: Francesca Magni

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