un romanzo storico e poetico
(Franz Werfel Il canto di Bernadette)

31 gennaio 2011

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Oggi mi è arrivato un libro veramente inatteso e altrettano gradito: Il canto di Bernadette di Franz Werfel (Gallucci, 2011, € 19,00), riedito nell’unica traduzione autorizzata, quella di Remo Costanzi. Lo lessi un imprecisato numero di anni fa pubblicato da Mondadori nella storica collana Medusa, un’edizione del 1946 (cinque anni dopo la prima uscita del romanzo). Amico di Kafka, ebreo praghese, nel 1940, in fuga dalla persecuzione nazista, Werfel si rifugia con la famiglia sui Pirenei e per parecchie settimane rimane nascosto a Lourdes, dove viene a conoscenza della storia di Bernadette Soubirous, la ragazzina quattordicenne a  cui, nel 1858, si dice fosse apparsa la Madonna. Stretto tra la propria angoscia di perseguitato e un innato istinto a «rendere onore sempre e dovunque, attraverso i miei scritti, al segreto divino e sala santità umana», Werfel fa voto, se sopravviverà, di raccontare la storia di Bernadette. Così nasce questo romanzo bellissimo, che l’autore presenta al “lettore diffidente” precisando che «tutti gli avvenimenti notevoli che formano il contenuto del libro sono in realtà accaduti». Scritto non da un cattolico ma da un ebreo, il ibro è basato su fatti reali e, specifica Werfel, «ho usato del diritto della libertà concesso al poeta solo […] dove bisognava far scoccare scintille di vita dalla materia trattata». Ne scoccano, di scintille di vita, perché Bernadette, i suoi fratelli, i  genitori poverissimi, il coro di persone che vivono la vicenda con tutta la gamma di atteggiamenti dal fideistico allo scettico, sono persone vivissime. Non importa che si creda o non si creda che la piccola signora che appare a Bernadette sia la Madonna: questo è un romanzo di contenuto storico, di intensità rara, capace di ritrarre uno scorcio di umanità, e di farlo pure con leggera ironia. La scrittura di Werfel è un godimento,  si intuisce dalla prima pagina:

«François Soubirous si alza al buio. Sono le sei precise. Il suo orologio d’argento, regalo di nozze dell’avveduta cognata Bernarde Casterot, no l’ha più già da molto tempo. La bolletta di pegno dell’orologio e di qualche altra cosuccia preziosa è scaduta ormai dall’autunno scorso. Ma Soubirous sa che sono le sei in punto, benché le campane della chiesa di Saint-Pierre non abbiano ancora suonato per la prima Messa.

I poveri hanno il tempo nel sangue; anche senza quadranti e senza tocchi di campane, sanno che cosa segna l’orologio. I poveri hanno sempre paura di arrivare in ritardo.

L’uomo cerca a tasto i suoi zoccoli, li prende, ma li trattiene in mano per non far rumore. Rimane in piedi, scalzo, sull’impiantito freddo come ghiaccio, e ascolta i diversi respiri della sua famiglia che dorme: una musica strana che gli opprime il cuore. Sono in sei a dividere la stanza…».

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(Franz Werfel Il canto di Bernadette)”


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