Antonio Pennacchi Canale Mussolini

2 novembre 2010
Scritto da: Alessandra D’Ottone

«Per la fame. Siamo venuti giù per la fame. E perché se no? Se non era per la fame restavamo là. Quello era il paese nostro. Perché dovevamo venire qui? Lì eravamo sempre stati e lì stavano tutti i nostri parenti. Conoscevamo ogni ruga del posto e ogni pensiero dei vicini. Ogni pianta. Ogni canale. Chi ce lo faceva fare a venire fino qua? Ci hanno cacciato, ecco il perché. Con il manico della scopa. Il conte Zorzi Vila. Ci ha spogliato di tutto… Fu un esodo. Trentamila persone nello spazio di tre anni – diecimila all’anno – venimmo portati quaggiù dal Nord. Dal Veneto, dal Friuli, dal Ferrarese. Portati alla ventura in mezzo a gente straniera che parlava un’altra lingua. Ci chiamavano “polentoni” o peggio ancora “cispadani”. Ci guardavano storto. E pregavano Dio che ci facesse fuori la malaria». Con il suo ultimo romanzo, Canale Mussolini (Mondadori, € 20,00), Antonio Pennacchi (già noto al pubblico con successi editoriali quali  MammutPalude. Storia d’amore, di spettri e trapianti, Una nuvola rossa e Il fasciocomunista, poi riproposto in versione cinematografica con il film Mio fratello è figlio unico), si è aggiudicato l’ambito  Premio Strega 2010.
In 460 pagine, fruibili con avida piacevolezza per la linearità con cui sono narrati eventi legati ad una Storia non facile da ricordare, soprattutto grazie all’espediente stilistico del racconto in prima persona rivolto ad un interlocutore immaginario ma  che sembra condividerne ogni momento, l’autore racconta la sua storia, quella della famiglia Peruzzi, esiliata dalla sua terra d’origine per andare nell’Agro Pontino, la terra bonificata dalla malaria durante il fascismo. E il destino di questa famiglia del Nord, comune a quello di tante altre che in quel tempo sono costretta ad allontanarsi dalla propria terra d’origine per  insediarsi ivi, ruota intorno al canale Mussolini. E questo è l’asse portante su cui si regge la bonifica delle Paludi Pontine: un’area avvilita dalla presenza di  giganti eucalypti  che assorbono l’acqua e prosciugano i campi al punto da non poter essere altro che terra di nessuno. Fino ad allora. Fino a quando, per volontà del Duce che ne opera la bonifica per portare avanti i suoi ambiziosi progetti, vi nascono addirittura delle città pronte (o quasi) ad “accogliere”  l’esodo di migliaia di persone arrivate dal Nord.  Contadini emiliani, veneti e friulani sono costretti a lasciare la fame delle proprie terre,  e vengono messi “al centro” di quel  nuovo sogno italico di grandezza: si era tornati ad osservare il movimento dell’aquila imperiale e bisognava ripristinare l’Imperium, a qualsiasi costo. E in questa nuova dimensione agreste si trovano a dover convivere i “cispadani” scesi dal Nord e i “marocchini” del Lazio: questi guardano i primi  con sospetto, spiandone le  abitudini disinvolte (le loro donne portano addirittura le gonne e, durante le feste, non disdegnano di ballare con più di un uomo). Protagonisti di questa saga sono gli eroici Peruzzi, il coraggio di zio Pericle, dei vecchi genitori, delle sorelle, dei fratelli e delle  nuore. Una famiglia patriarcale unita nonostante le non poche difficoltà, la cui storia ha interessanti risvolti degni di un antico classico proprio del genere epico.
Al di là della fede politica dell’autore, molto lontana dal sistema imperante all’epoca dei fatti narrati, il romanzo ha la coinvolgente forza di avvicinare il lettore alla conoscenza di una realtà storica, fatta anche di tradizioni e ideali forse lontani, di fronte alla quale tanti perché restano ancora imprigionati in un amletico dubbio. Ancora una volta conoscere può aiutare a capire.

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