sì, il nuovo Piperno è migliore del primo
ma no, non è Philip Roth!
(Alessandro Piperno Persecuzione)

31 ottobre 2010
Tempo di lettura: 5 minuti

Un quinquennio dopo il trionfale esordio letterario e l’incoronazione (eseguita di persona dal giornalista Antonio D’Orrico) a erede di Philip Roth e di Proust, Alessandro Piperno ha partorito il secondo romanzo, Persecuzione (Mondadori, 2010, € 20,00), e lo ha diviso in due parti che insieme compongono Il fuoco amico dei ricordi: dopo 416 pagine rilegate con nuova raffinatezza – l’interno della copertina cartonata è rosso, e rosso è il testo sul risvolto della sovracoperta – il libro si chiude con un “continua…”. Tra un anno esatto sapremo come. Nell’attesa, Persecuzione offre di che discutere. Il primo ad affrettarsi è stato un fan storico di Piperno, Gad Lerner, che quando il volume non aveva ancora finito di invadere le librerie (è uscito il 26 ottobre) già lo recensiva su Vanity Fair e sul suo blog con larghezza di affetti e qualche artificio retorico tipo: avrei voluto confermare la regola che l’esordiente di successo proprio non ce la fa a bissare l’opera prima, ma Piperno si è superato. Non so voi, io Con le peggiori intenzioni l’ho trovato irritante, supponente e finto-profondo, sensazione che si era “materializzata” ulteriormente dopo aver visto alcune foto dello scrittore: con il sigaro in mano nel salotto della casa ebrea avita, si era fatto ritrarre, serissimo, su una poltrona capitonné con aria da uomo di mondo di 32 anni. Cinque anni dopo quell’esordio, l’autore di Persecuzione non rinuncia ai suoi incipit a scoppio di petardo («Era il 13 luglio del 1986 quano un imbarazzante desiderio di non essere mai venuto al mondo s’impossessò di Leo Pontecorvo»), e continua a risultare irritante quando nel suo stile pretenzioso infila parolacce o gergo sessuale per darsi arie da scrittore che mescola alto e basso in modo disinvolto (spiacente, Rosa Matteucci è la sola italiana che sappia farlo davvero): Piperno non è affatto disinvolto. Però i cinque anni di invecchiamento lo hanno reso più amabile, come il brandy.
L’ambiente del nuovo romanzo è lo stesso del primo, la benestante borghesia romana ebrea. Leo Pontecorvo, celebre pediatra oncologo con moglie e due figli maschi, viene accusato di abusi sulla 12enne Camilla, fidanzatina del secondogenito, dopo che lei ha trascorso con loro le vacanze di Natale in Svizzera, e gli ha teso quella che sembra la trappola di un’adolescente. Ci viene raccontato che un giorno, dopo che Leo l’ha salvata da un brutto attacco d’asma, Camilla lascia nel cassetto della biancheria di lui un messaggio, poche righe in francese, lingua che la ragazzina usa per chiudersi in un mondo dove i genitori non possono raggiungerla, in cui dice soltanto quanto le faccia piacere essere in vacanza con la famiglia Pontecorvo. Leo trova quella prima lettera in stretta sequenza con il ritrovamento di un salvaslip macchiato di sangue lasciato in bagno da Camilla, dettaglio (fastidioso e molto maschile) che spinge Leo a dare una connotazione sessuale al bigliettino nel cassetto. Leo è consapevole di non dover “giocare” con quella ragazzina, eppure cede alla tentazione di risponderle, e le lascia un messaggio nello stesso posto. Il resto è solo accennato, Camilla che gli scrive qualcosa di farneticante a proposito del volerlo salvare dalla moglie, Camilla che gli invia l’ultimo messaggio, in cui chiede di riavere indietro le sue lettere; in cambio gli assicura che scomparirà. Leo è sollevato, gliele restituisce. E sbaglia. Quel che segue è il precipitare di un uomo nel tritacarne mediatico in cui, alle accuse già ricevute per evasione fiscale e maneggi vari legati alla sua professione medica, Leo vede aggiungersi il marchio d’infamia di pedofilo. L’arresto, il processo, l’ambiguità delle parole, le foto ingannevoli sui giornali («la verità è tutto ciò che le immagini non dicono»: bello il punto in cui Leo vede pubblicata una sua foto a cavallo, scattata quando aveva deciso «su consiglio di un collega nutrizionista, di prendere lezioni di equitazione» e aveva ceduto «alla vanità del principiante che crede di nascondere l’insipienza con la correttezza degli equipaggiamenti»)… La trama rievoca fin troppo precisamente la triste vicenda di Carlo Marcelletti, celebre pediatra e cardiochirurgo finito suicida l’anno scorso dopo essere stato accusato di truffa e di abusi sui piccoli pazienti. La rievoca fino al tragico epilogo. E, come nella cronaca, anche qui te lo chiedi: Leo è del tutto innocente? Solo a pagina 173 si possono cercare indizi, ma Leo stesso non sa dare una risposta adeguata al perché sia salito su quella giostra di lettere… aveva agito per noia… o forse la delusione che nella prima lettera di Camilla non ci fosse tutto quello che lui per qualche attimo era stato a cercarvi… per sfida… che sia stata quella piccola delusione a risvegliare l’istinto libertino? Delitto e castigo nell’era dei processi mediatici, ingenuo cedere alla tentazione e gogna mortale.
Il romanzo inanella passato e presente in una sequenza narrativa gradevole e convincente; meno convincente la descrizione degli stati d’animo di Leo, il tema della vergogna annunciato a ripetizione ma mai veramente svisceato; e per nulla convincenti sono le relazioni con i familiari. Leo si trasferisce a vivere nel seminterrato della villa all’Olgiata, dove «i momenti più gloriosi delle sue lunghe e metodiche giornate sono quelli in cui vede le gambe dei suoi figli e di sua moglie camminare sul vialetto verso la macchina»: è verosimile che lui e Rachel, la moglie, precipitino nel silenzio senza percorrere tutta la scala di sospetti, negazione, orrore, supplica, rabbia, compassione? È verosimile che i  figli si attengano senza cedimenti a un tacito dictat materno che cancella il padre dalla vita di tutti? Forse Piperno crede che lo specifico della famiglia ebrea e dell’educazione ebraica, su cui insiste con compiaciuti dettagli, giustifichi questo sviluppo della storia così come è congegnata?  A pagina 239 Piperno paragona Leo a Gregor Samsa, l’impiegato protagonista delle Metamorfosi di Kafka, che un giorno si sveglia trasformato in un insetto e si preoccupa di proteggere i suoi cari dall’orrore che lui stesso è diventato. Ma la citazione non basta, rimani con l’impressione di leggere qualcosa che diventa surreale senza averne l’intenzione.
E allora resta da dire del paragone con Philip Roth. Ha ragione D’Orrico: con Piperno, Philip Roth può venire in mente, ma solo perché Piperno gioca a fare Philip Roth, come gioca col sigaro sulla poltrona. E se “il racconto incede sinuoso, per frasi lunghe che ti avvolgono” come nota deliziato Gad Lerner, non è l’incedere di Roth: quello ti cattura come la bellezza geometrica di una spirale, che poi scopri essere una scala a chiocciola e se ti lasci risucchiare puoi scenderla fino a significati che penetrano nel cuore del senso, dell’esistenza, dell’uomo, giù, in fondo davvero. Con Piperno è un trompe l’oeil: sembra una scala a chiocciola, ma non c’è nessun piano di sotto che si possa esplorare.

_Alessandro Piperno intervistato da Antonio Gnoli su La Repubblica il 25 ottobre 2010

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ma no, non è Philip Roth!
(Alessandro Piperno Persecuzione)”


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