#dislessia La nostra storia, le vostre storie

13 novembre 2017

 

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«Ogni storia personale è una storia universale» ha scritto Grazia Lodigiani parlando del mio libro. Grazia è una lettrice (e un po’ anche scrittrice), una delle tante incontrate in questi due mesi grazie a Il bambino che disegnava parole. Ogni giorno mi scrivete storie, le vostre che sono la mia, la mia che è le vostre. E più le leggo e le metto insieme, più provo sconcerto: ma se siamo così tanti e proviamo e viviamo le stesse cose, come è possibile che il senso della dislessia, la sua essenza neurobiologica non sia ancora univocamente, universalmente compresa, riconosciuta, assimilata, accettata? Poi penso: se siamo così tanti e proviamo e viviamo le stesse cose, è inevitabile che prima o poi accada: la dislessia universalmente compresa, riconosciuta, assimilata, accettata. Succederà presto. E sarà grazie a chi decide di raccontare e di raccontarsi. Continua a leggere »

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Lettera aperta a Daniele Novara
sulla dislessia (e non solo)

31 ottobre 2017
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scritto da: Francesca Magni

-N

[N.B. Per la risposta di Daniele Novara, scorrete sotto. Sotto ancora, la mia replica. Perdonate la lunghezza del post, ma ho ritenuto meglio tenere insieme l’intero scambio]

Buongiorno dottor Novara,

il 29 ottobre, a Uno Mattina, lei ha definito malattie mentali la dislessia, la discalculia, la disgrafia. Provocazione? Lo spero…

Sono la mamma di un “malato di mente” (studente al liceo classico), la “moglie di un malato di mente” (giornalista), la figlia di un “malato di mente” (chirurgo pediatra), la cognata di un “malato di mente” (fisico), la nuora di una “malata di mente” (insegnante di lettere). Sì, nella mia famiglia ci sono alcuni “dis”, ognuno con le proprie personalissime declinazioni di questa neurovarietà, chi dislessico, chi disgrafico, chi con difficoltà nella memorizzazione dei lessici specifici, a fronte di intelligenze piene se non sopra la media e di ottime carriere professionali.
Per ragioni anagrafiche solo uno, mio figlio ora 15enne, è certificato; gli altri si sono riconosciuti attraverso di lui e proprio grazie a questa “agnizione” (la scoperta della dislessia di mio figlio quando aveva 12 anni) hanno riletto le proprie personali peculiarità: si sono capiti meglio.

Io chiamo i dislessici i mancini dell’apprendimento. Le neuroscienze – non un atto di fede – oggi ci dicono che esistono persone con alcune reti neurali disposte in modo atipico

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Intervista a mio figlio dislessico

23 ottobre 2017
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Scritto da: Francesca Magni

Sono tre anni che parlo di lui. Ieri sera a tavola osservavo il suo profilo di ragazzo, il ciuffo biondastro, quella sua aria sempre a metà fra lo sperduto e il consapevole, e ho pensato: è ora di far parlare anche lui.

Filippo, ti va se ti intervisto?, dico prendendo carta e penna. Una cosa “professionale”.

Lui mi guarda indecifrabile mentre succhia un legnetto di liquirizia. Allontana la sedia dal tavolo, batte le mani sulle cosce e dice: Avanti, fammi una domanda.

Comincia così un dialogo che riporto con assoluta fedeltà. Continua a leggere »

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padri, madri: romanzi sulla dislessia
(Ugo Pirro Mio figlio non sa leggere)

9 ottobre 2017
Scritto da: Francesca Magni

Ugo Pirro, Mio figlio non sa leggere (Rizzoli, 1981). Scrittore e sceneggiatore, nominato nel 1972 a due premi Oscar per uno dei miei film preferiti in assoluto, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Ugo Pirro ha una moglie americana e da lei un figlio bellissimo, Umberto, che inspiegabilmente non impara a leggere. Sono gli anni Settanta, quelli in cui nonostante da un secolo in Europa e in America si conosca la dislessia, in Italia non se ne sa quasi niente. Ugo Pirro si fa terapeuta autodidatta, si lancia da pioniere alla ricerca di metodi per aiutare il figlio, che con ogni evidenza è molto intelligente ma “cieco alle parole”, come disse James Hinshelwood, l’oculista londinese che nel 1895 scoprì la dislessia. In Italia, negli anni Settanta e fino a tempi molto molto recenti, casi come quelli di Umberto finivano nelle mani di psichiatri e psicanalisti, gettati in percorsi interminabili di disamina psicologica, psicoaffettiva, psicofuorviante, «il “dottore”, questa sfinge che il camice bianco rendeva un inquisitore diplomato, anziché un ingegnere delle anime, attribuiva la dislessia di Umberto a un disturbo affettivo. E sarebbe, dunque, bastato secondo lui curare quella carenza perché Umberto acquisisse finalmente l’automazione nella lettura e nella scrittura». Ugo Pirro intuisce la follia di quel malinteso, e lotta, da padre, come può; mentre con la madre di Umberto, così diversa per origini e approccio culturale, si allontana da lui. È storia di una doppia crisi, questo libro. La crisi familiare, inevitabile.

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I mostri di Pietro. E quelli di Filippo #dislessia
(Erri De Luca, Alessandro Mendini Diavoli custodi)

8 ottobre 2017
diavoli-custodi-138119-3   Diavoli Custodi, Erri De Luca Alessandro Mendini

 

Scritto da: Francesca Magni

Erri De Luca, Alessandro Mendini, Diavoli custodi (Feltrinelli, 2017, € 14, pp. 89).
«Un bambino dislessico disegna minuziosamente pagine di mostri. Metterli in una forma li riduce d’immensità, d’intensità e di angoscia. Il foglio coi suoi bordi li imprigiona. Più nitidi sono, più stanno domati. Il bambino dislessico è un domatore, scende in ogni ora dentro la gabbia delle belve. Fuori dall’arena e dalle alte inferriate stanno al sicuro i suoi coetanei, che a scuola vanno per gioco diligente, senza rischio di vita».

“Introduzione ai mostri”, scrive Erri De Luca. Ovvero, genesi di questo libro: Pietro, un ragazzino dislessico caro tanto allo scrittore quanto all’artista, fin da piccolo disegna mostri in bianco e nero, che le sue maestre non amano affatto. Alessandro Mendini conosce quei mostri, «si coinvolge negli incubi accurati del bambino» e inizia a disegnare creature a sua volta, ora mostruose ora primigenie, e le invia a De Luca che davanti ad esse dischiude i propri «mostri sbrigliati»: per ogni disegno un racconto – il dono della vista, il primo racconto che De Luca scrisse a 11 anni, il suo formarsi per contrasto («Ammiro le persone di valore, ma imparo dalle altre»), il terrorismo e le lotte armate, temi come la caduta, la nostalgia, il primo passo verso una discesa…

Ogni pagina un frammento di senso rubato al cosmo, come è da sempre arte di Erri De Luca. Questo libro, una cosmogonia. Due artisti, con parole e immagini, «come Adàm, [ribrevettano] il mondo e le sue cose». Continua a leggere »

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Quello che solo un dislessico può consigliare a un dislessico.
Ovvero: un metodo per i varbi latini

1 ottobre 2017
Tabellone verbi latini
Scritto da: Francesca Magni

Dobbiamo trovare un modo. Ho un’idea, proviamo?

Lo dico al telefono mentre esco dal lavoro; mio marito mi ascolta un po’ affaticato e un po’ rassegnato.

Quale modo?

Dobbiamo schematizzargli i verbi latini su un tabellone. Una cosa grande, colorata, che si fissi nella sua mente e si veda con facilità.

All’altro capo, suo padre tace.

È l’ultimo tentativo. Dobbiamo farlo. Poi andiamo a informarci per passarlo all’artistico, ma un ultimo tentativo va fatto.

Ma deve essere lui a dire se gli serve il tabellone, osserva mio marito.

Lui dirà di sì se tu e io saremo compatti nel proporglielo. Prometti che starai dalla mia parte?

Lui fa Mmmmh e io lo prendo per un sì.

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Dal 2 al 9 o dal 3 all’8?
Quando la scuola… dà i numeri

28 settembre 2017
Scritto da: Francesca Magni

Oggi la prof ha chiesto ai ragazzi (secondo anno di liceo classico) come preferiscano essere valutati. Per alzata di mano, potevano scegliere: voti dal 2 al 9 o dal 3 all’8.
Domani prima verifica di latino. Vince la scala dal 2 al 9. I bravi e gli ottimisti devono essere in maggioranza.
«Io ho votato dal 3 all’8», mi spiega Filippo, «un 3 è un po’ meno irrecuperabile».
Penso che irrecuperabile in questo momento sia un aggettivo calzante: per la speranza che nutro nel suo futuro in quel liceo e per l’intelligenza offesa. Non la sua, ma del genere sapiens sapiens, condannato a partecipare di trovate come queste.

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Pronome dimostrativo brosbrigrizvobtrup.
Ovvero: nel cervello di un dislessico

21 settembre 2017
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Scritto da: Francesca Magni

Filippo, preferisco non chiederti ogni giorno come va a scuola. Ma se succede qualcosa che è importante che io sappia, facciamo che me lo racconti?
Ok, mami. Stamattina è successa una cosa.
Sentiamo.
Cos’è “questo” in grammatica?
Questo è aggettivo o pronome dimostrativo.
Ecco, la prof di greco mi ha chiesto: “Filippo, dimmi un pronome dimostrativo in italiano”. Io avrei voluto dirle: “Ma lo sa prof che è come se lei mi avesse detto ‘Filippo dimmi un brosbrigrizvobtrup in italiano”.
A questo punto la conversazione si è interrotta perché sono stata presa da un attacco di risa . Se è vero che questo figlio mi ha fatta preoccupare parecchio, è anche vero che come mi ha fatta ridere lui, nessuno al mondo.
Poi, ricomposti gli addominali e asciugate le lacrime, gli ho detto: Filippo, hai perfettamente ragione. E sai cosa dovresti fare, secondo me? Dirlo alla prof. Proprio così, come lo hai detto a me.
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Buoni insegnanti, cattivi insegnanti.
Cattive pratiche, buone pratiche

15 settembre 2017

Guido Dell'Acqua, buone pratiche, DSA

 

Scritto da: Francesca Magni

Mami, ho una notizia bella e una brutta.
Vai con quella brutta.
La nuova prof di latino.

È la sera del terzo giorno di scuola. Liceo classico, secondo anno.

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Quanta gioia possiamo farci bastare?
(Kent Haruf Trilogia della pianura)

23 agosto 2017

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Kent Haruf, Trilogia della pianura (NN Editore)

Che storia racconta quel libro?, mi chiede la figlia che nell’afa di agosto al mare, lavata la pelle dal sale e rinfrescato lo spirito con un po’ di frutta, posiziona la sdraio nell’ombra accanto alla mia e, come me, si prepara a leggere. Con la curiosità dei suoi 13 anni, va a caccia di storie, e mi guarda perplessa quando alla domanda rispondo: Non saprei.
Come fa un libro a non raccontare una storia?, dice lei.
Be’, ovvio, racconta delle storie. Ma non è quello l’importante.
E cos’è allora?, insiste dubbiosa.
La tentazione sarebbe di tagliar corto: È un libro da grandi, lo capirai quando sarai grande. Ma mia figlia – nomen omen – non è tipo che molla. E allora mi chiedo come potrei raccontare a una ragazzina il fascino e il godimento che provo nel leggere romanzi come Stoner, autori come Elizabeth Strout, Anne Tyler e ora Kent Haruf. L’epopea della vita normale. Una cosa in cui la letteratura americana sembra essersi specializzata.
Sai, Costanza, credo che a un certo punto della vita più che storie sorprendenti cerchiamo storie normali. Continua a leggere »

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