Francia, via i voti alle elementari:
l’appello di Daniel Pennac (io sono d’accordo)

20 novembre 2010
Tempo di lettura: 4 minuti

In Francia circola un appello: togliamo i voti alle elementari. Già firmato da varie personalità della politica e della cultura, ha tra i promotori più entusiasti Daniel Pennac, scrittore, per 27 anni insegnante e vero somaro nei suoi anni di scuola. L’ossessione della classifica, del numero, crea una forte pressione scolastica, spiegano i sostenitori di questa piccola rivoluzione francese. A giugno mio figlio ha portato a casa la pagella di seconda elementare: tutti 10. Sua sorella, in prima, ha preso tutti 9. In realtà i loro risultati sono uguali, perché il consiglio di interclasse delle prime aveva accolto la novità ministeriale dei voti decidendo di dare come massimo 9, mentre il consiglio di interclasse delle seconde aveva deciso di usare i numeri fino al 10. Sono passati mesi da quella pagella, e mia figlia, se le chiedono come va a scuola, risponde che ha preso tutti 9 ma che sono come i dieci di suo fratello. C’è stato bisogno di quella spiegazione perché non si sentisse da meno di lui. Ce n’è stato bisogno perché i bambini si inchiodano ai voti, usano i numeri come tatuaggi da stampare su di sé e sugli altri a misura inequivocabile del loro valore e del rapporto tra loro e gli altri. Non è servito a nulla far notare alle maestre che, fatte salve le inevitabili soggettività nel giudicare, la scuola dovrebbe adottare la stessa scala di valutazione: mi è stato risposto che in materia decide il Consiglio di Interclasse, divinità di una certa importanza nel tempio della burocrazia scolastica.

Paolo, impareggiabile maestro di mio figlio, stampa sui quaderni faccine sorridenti e, se serve, qualche commento. Qualche giorno fa, su un compito che chiedeva di descrivere se stessi, Filippo ha portato a casa un “Ottima questa descrizione di te stesso, molto precisa e scientifica! La prossima volta mi racconti anche dei tuoi amici e dei tuoi interessi”. Per natura appassionato all’osservazione di forme e dettagli, abilissimo nel riprodurli a disegni e a parole, Filippo aveva trovato quel compito divertente, gli sembrava venisse incontro a un suo piacere personale; per la sola descrizione del suo viso aveva riempito quattro pagine. Il maestro ha capito, ha valutato quel compito in quanto scritto da Filippo, non come prova anonima di composizione. Nessun numero avrebbe potuto essere esaustivo. Un insegnante adepto alla religione del voto probabilmente gli avrebbe messo 6, forse addirittura 5, la descrizione era parziale, limitata a un solo aspetto, in un certo senso fuori tema. Filippo avrebbe incassato quel giudizio non eccellente senza capire e con frustrazione, dopo la passione che ci aveva messo. Quel numero si sarebbe stampato come un tatuaggio sulla sua pelle, un voto “a lui”, e quel numero insieme a molti altri, talvolta più rispondenti al vero, talvolta ancora frutto di equivoci, col tempo avrebbe formato il codice della sua prima storia scolastica. Lui l’avrebbe assimilato. Una misura della sua considerazione di sé.

Sì, sono d’accordo con Pennac, togliamo i voti alle elementari. O almeno nelle prime classi. Possiamo tornare a usarli più avanti, dalla medie, dalle superiori, quando le conoscenze e le nozioni apprese saranno più oggettivabili. Quando un ragazzo saprà riconoscere che un 5 scritto su un compito non è un 5 scritto su di lui.

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