la memoria dei luoghi
(Éric Faye Nagasaki)

4 ottobre 2010
Scritto da: Stefano Iacus

Éric Faye, Nagasaki (Édition Stock, 2010, € 13,00). Shimura-san è un uomo che ha fatto dell’individualismo il suo credo, ritagliandosi la vita nella comoda e rassicurante routine dove tutto è sempre al posto giusto; dove tutto avviene nei tempi e nei modi giusti. D’un tratto, un giorno dopo l’altro, Shimura-san inizia a percepire piccoli mutamenti nell’ordine delle cose. Un oggetto che la mattina si trovava lì sulla credenza, ora è 20 centimetri più a destra. Non è la polvere a smascherare lo spostamento, è la sua certezza di averlo lasciato esattamente lì. A colazione di succo d’arancia ce n’erano 18 centimetri nella caraffa in frigo, ma ora ne vede solo 12; era sicuro di aver acquistato quattro yogurt venerdi al convenience store, ma ne ha mangiati due e ne è rimasto solo uno in frigo. Il resto della casa è intatto, nessun segno di effrazione e lui chiude sempre tutto scrupolosamente. Sulla porta del frigorifero c’è lo slogan del produttore “Always being with you”, ma perché può un frigorifero smaterializzarsi? O tanto meno mangiarti il cibo? C’è un ladro. Ma che ladro è uno che ti ruba uno yogurt o sposta un soprammobile e non tocca altro? No, non va bene! Shimura-san non cede all’idea della presenza di uno spirito o un fantasma e si butta sulla tecnologia. Con la nuova telecamera che ha instalato potrà vedere dall’ufficio chi si intrufola a casa sua quando lui non c’è! E infatti un giorno accade, lui vede un’ombra, chiama polizia, e si scopre che c’è una donna! Sì, una clandestina che da più di un anno a sua insaputa vive nella sua casa, nell’armadio a parete della camera tatami; quella camera dove lui va solo a depositare degli oggetti. Una donna ha vissuto per un anno in quello spazio sconosciuto e minuscolo tra una porta scorrevole e il muro di quella stanza tatami senza mobilio. Tra la fodera e il cappotto della casa! Per ben un anno lui ha pensato di avere tutto sotto controllo, ma soprattutto di essere l’unico e solo abitante della sua casa. Solo! Già. Una sconosciuta ha violentato il suo ordine, la sua intimità. Ha fatto bene a intervenire contro quella clandestina, in fondo è lui la parte lesa. Eppure dopo l’arresto di questa donna qualche cosa si insinua in Shimura-san: una vita di solitudine e non l’individualismo appaiono difronte ai suoi occhi. Cosa faceva di male quella donna? E perché quella donna ha scelto proprio quel posto minuscolo, di quella casa di un uomo solo come Shimura-san?
Faye racconta, a partire da un fatto realmente accaduto, e in modo leggero il tema dell’individualismo e del suo corollario: la solitudine; di vite che corrono parallele ma sole nello stesso luogo, e della memoria dei luoghi. Sì i luoghi, fisici che diventano anche luoghi dell’anima. E non un luogo qualsiasi, quella casa. Nella bella lettera finale a Shimura-san la donna racconta che apparentemente le tartarughe dopo tanto vagare in mare tornano a morire sulla spiaggia dove sono nate. Cosa c’entra tutto questo con Nagasaki, Shimura-san e la donna lo si capisce proprio in queste ultime pagine. Non è un capolavoro, ma una bella lettura!

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