Islanda day 5: freddo freddo freddo e ancora freddo

15 giugno 2018

Scritto da: Francesca Magni

Gli accadimenti si dividono in due categorie, quelli che su cui puoi agire e che sta a te modificare e quelli a cui ti devi adattare. Il tempo atmosferico appartiene alla seconda categoria ed è per questo che non sono mai stata appassionata di previsioni meteo: mi mettono inutilmente di fronte alla mia impotenza. Al bello come alle intemperie in genere mi consegno con rassegnazione, soffrendo anche un po’ i perenni lamentatori del “Che caldo”, “Che freddo”. Va da sé poi che in un viaggio programmato con mesi d’anticipo il tempo atmosferico sia una sorpresa irreparabile.

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Così quando stamattina ci siamo svegliati nella Tungulending Guesthouse con il letto appoggiato a una finestrella affacciata sull’Atlantico a pochissimi chilometri dal Circolo Polare Artico, l’acqua dell’oceano che lambiva i gradoni con i tavolini al piano di sotto e le papere coi figli che nuotavano in tondo, ho trovato che mio marito, col suo malumore, fosse davvero esagerato. Il cielo era sì di un grigio uniforme e la pioggia in effetti cadeva copiosa rubando i colori al mare e alla scarpata di terra lavica coperta di lupini viola, e in effetti non ci era stato possibile godere in questa casa, spartana ma accoglientissima, di uno dei più bei tramonti d’Islanda, ma ci trovavamo pur sempre in un angolo della Terra magico che a pochi è dato vedere; ieri, poi, il sole tramontava a mezzanotte e sorgeva a mezzanotte, dunque anche col bel tempo non se ne sarebbe fatto niente. Insomma, siamo scesi a colazione nella stanza arredata con meravigliosa semplicità a mangiare marmellate squisite con lui di umore nero per il maltempo e io cinciallegra.

Partiti sotto pioggia battente, ci siamo offerti con stoicismo alla tappa programmata: il lago di Myvatn, letteralmente lago dei moscerini che qui pare siano in concentrazione superiore a qualsiasi altra parte del mondo, ragion per cui qui vengono a deporre le uova numerose e bellissime specie di uccelli. Attorno al lago, campi di lava in colate che si sono trasformate in sculture naturali simili a gigantesche racchette da tennis con buchi perfettamente tondi al centro; camminiamo fino a un luogo detto la chiesa, un’enorme bolla di lava esplosa formando una stanza per una ventina di persone.

C’è un campo di lava interrotto da valloncelli verdissimi e da boschi di betulle a forma di cespuglio (Luigi racconta che la betulla, mia pianta preferita, è una specie colonizzatrice, la prima che si avventura in luoghi senza vegetazione aprendo la strada alle altre) e lì sotto si apre una grotta con una pozza d’acqua blu a 46 gradi. Sono piccole sorprese come questa a farci scendere dall’auto e a farci inerpicare qua e là, e ogni volta che risaliamo in macchina il termometro segna un grado di meno. Dai 9-10 dei giorni scorsi siamo arrivati a 5 con raffiche di vento e pioggia. Filippo giura di aver visto del nevischio, io invece non vedo più niente: con il consiglio del “vestiti a cipolla”, gli strati sono ormai cinque di cui tre in testa, fra berretto e cappucci. Ma niente da fare, il freddo non molla e il paesaggio lo amplifica offrendoci visioni marziane di terra rossa bucata qua e là da pozze ribollenti di fango azzurro o da montagnole di sassi che soffiano lunghissimi sbuffi bianchi carichi di zolfo che col vento vola lontanissimo e ci avvolge facendoci sparire per qualche istante.

In Islanda non sembra che la sicurezza dei turisti sia affare di qualcuno che non siano i turisti stessi: sei lasciato senza parapetti né avvisi a camminare nella solfatara con le scarpe che affondano nel fango rosato. Se non fossero un popolo tosto e ottimista (pare che il loro motto sia “tutto andrà per il meglio”) gli islandesi avrebbero lasciato da un pezzo questa terra così sfidante. E del resto credo che senza il calore che ribolle pochi metri sotto i loro piedi, e in assenza di foreste o di altre fonti di energia, qui non potrebbero proprio vivere. Così non ci stupiamo se la panetteria più rinomata della zona è costituita da una serie di buche nel terreno coperte da lastre di ferro tenute ferme da grossi sassi. Lì sotto cuoce un impasto di farina nera e melassa che si trasforma in un pane un po’ dolce e buonissimo da accompagnare al burro e al pesce essiccato. Lo mangiamo la sera nell’unico ristorante di Reykjahlid, un villaggio che, giuro, non avrà più di 20 case inclusa la “cabin” in cui dormiremo stanotte: Luigi l’ha ribattezzata armadio delle scope, ed è a un paio di minuti di cammino dal bagno comune che in Islanda sembra la regola (per la cronaca, pagheremo 226 euro, questo paese è insensatamente caro).

Ma per onore al titolo di oggi devo ancora raccontare che dei famosi moscerini non abbiamo visto l’ombra, immagino per il clima polare, e che a un certo punto, impossibilitata ad aggiungere lo strato numero 6, ho trascinato tutti ai bagni caldi di Myvatn, enormi pozze di acqua sulfurea di un azzurro lattiginoso in cui ci siamo immersi sfidando in costume da bagno i venti metri che separano lo spogliatoio e l’acqua, agognando i 38 gradi già provati alla Laguna Blu. Purtroppo l’eroica passerella nudi nella pioggia e nel vento non è stata ripagata: l’acqua era solo tiepida. In un attimo abbiamo capito che gli assembramenti di gente lungo alcuni bordi corrispondevano alle correnti di acqua calda e che in pochi minuti anche noi avremmo avuto le ciglia coperte di brina.

Vi scrivo stesa nel letto della casetta in legno (pardon, l’armadio delle scope) e dei due caloriferi elettrici uno è out of order. Ma domani è un altro giorno e no, non ho guardato le previsioni del tempo.

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