Islanda day 3: tra sterne artiche e i versi di una canzone di Perangelo Bertoli

12 giugno 2018

Scritto da: Francesca Magni

La difficoltà, se giri l’Islanda in senso orario anziché antiorario come tutti, è che ti tocca leggere la guida a rovescio e quando dice “prima di Grundarfjordur sulla destra” devi sapere che è “dopo Grundarfjordur sulla sinistra”. Per fissare i punti e non confondermi, ogni mattina leggo ai miei compagni di viaggio le tappe di massima, un elenco di nomi lunghissimi che finiscono con -fjordur (fiordo), -kull (ghiacciaio), -foss (cascata) e che la metà maschile della compagnia mai una volta che li ripeta giusti. Ma stamattina tra le tappe capita Skagafjordur e i maschi si illuminano, “Questo è facile” dicono, e so che da adesso visiteremo sempre Skagafjordur.

Nella fattispecie si tratta di un ampio fiordo a nord da cui ci separano svariati chilometri di sterrato che circumnaviga minifiordi e sottofiordi e attraversa un deserto di zolle tra il bruno e il verde con rare fattorie e meno rare pecore accompagnate ognuna da uno o due agnelli bianchi o neri. Con il deserto che ci avvolge a 360 gradi e lo sterrato che lo taglia fra dossi continui che la cartellonistica segnala con l’avviso (mai visto prima) “blind ahead”, la mente si svuota.
Mi ha sempre affascinata l’origine della parola vacanza. Vacuum, il vuoto.
La pioggia che qui è più che altro vapor-pioggia copre l’auto di un fango uniforme e poi i pantaloni di noi che scendiamo ignari. A Osar si cammina verso una spiaggia nera lungo un ampio fiordo dove decine di foche si rilassano coi loro cuccioli sotto il cielo di piombo. Poco distante un arco di basalto coi piedi nell’acqua solletica la fantasia degli islandesi che lo descrivono come un mostro marino.
Sono un popolo molto legato alle leggende, in particolare a quella sugli elfi. Raccontano che Dio un giorno andò a trovare Adamo ed Eva e i loro figli, ed Eva glieli presentò uno per uno e quando Dio le chiese se non avesse altri figli, Eva rispose di no. Invece c’era un altro bambino che lei aveva nascosto, non avevo fatto in tempo a lavarlo per presentarlo a Dio. Dai figli di Eva discesero gli uomini e dal figlio nascosto discesero gli elfi.

Non riesco a immaginare un altro paese in cui la fascinazione per “il piccolo popolo nascosto” possa avere ragioni quanto qui; nell’infinita notte o nell’infinito giorno offerti dalle stagioni e nell’infinito vuoto di questi spazi piacerebbe anche a me pensare di non essere così sola e non potrei immaginare che creature simili a me ma molto più piccole, capaci di nascondersi fra le zolle di muschio.
Tuttavia se gli uomini scarseggiano, non mancano gli animali, uccelli soprattutto, le specie più primordiali; beccaccini dal becco lunghissimo, uccellini che nuotano nei corsi d’acqua, un gruppo d’anatre che volava accanto alla nostra auto in corsa, formazione a 4, perfettamente equidistanti, a 80 all’ora. Poi oggi mi inoltro tra la spiaggia delle foche e il sentiero sulla montagna e appena messo piede nel canneto mi ritrovo sotto attacco di uno stormo di sterne artiche, belle come rondini e bianchissime, che a dispetto dell’aria leggiadra sono solite, come avvertiva la guida, attaccare i turisti. I miei familiari ridono mentre sento becchi e zampe planarmi sul cappuccio e penso che sono stata sciocca ma mi sono anche divertita.

Risalendo il sentiero verso la macchina mi capita una cosa che associo ai momenti, ultimamente rari, di totale relax e distacco dalle cose di tutti i giorni: inizio a cantare. Tra monti di pietra tra strade di fango cercando la vita cercando. Pierangelo Bertoli diceva la luna, non la vita, ma qui è un po’ come nei sogni, l’inconscio la sa sempre più lunga.

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