storia di un ragazzo autistico e del respiro di sua madre…
(Eli Gottlieb Un ragazzo d’oro)

17 febbraio 2018
Eli Gottlieb, Un ragazzo d'oro (Minimum Fax)
scritto da: Francesca Magni

Eli Gottilieb, Un ragazzo d’oro (Minimum Fax, 2018, €17,50, pp.272). Avevo già letto Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte; Mark Haddon mi aveva già ficcata dentro gli occhi di un ragazzino con la sindrome di Asperger. Ne ero rimasta affascinata ma sempre  ignorante di quell’universo multiforme e inafferrabile che chiamano autismo. Confesso: un’autentica vertigine mi tiene lontana dal conoscere meglio; so che qualora mi affacciassi su quel mondo, ne sarei travolta, sconvolta e, peggio, affascinata. Niente mi cattura quanto i cosiddetti “disordini neurocomportamentali”, la devianza dalla norma, il cervello che funziona in modo fortemente atipico e genera sofferenze, famiglie distrutte e talvolta anche genialità inspiegabili. Ma soprattutto stranezze mal tollerate. Spettro autistico, si dice. Spettro come composizione di variabili. O spettro come visione soprannaturale, fantasma delle nostre paure?
A volte la disambiguazione delle parole è il punto più prossimo all’isola delle risposte.


Ma qui, nel romanzo del newyorkese Eli Gottilieb, risposte non se ne trovano né se ne cercano. Si narra solo la storia tenera e dolente di Todd Aaron che da quando aveva 11 anni è il “ragazzo d’oro” di Payton, la comunità di cura per bambini autistici in cui la madre lo ha portato in un giorno di pioggia, e ora è Todd a raccontare in prima persona, a modo suo, cominciando col dire che «la pioggia che cadde quel giorno ha quarantuno anni».


In questi anni – una vita! – Todd è stato un ottimo lungodegente, ha sempre preso le medicine, e ha stabilito un ottimo rapporto con Raykene, l’operatrice che si prende cura di lui e ha il potere di capirlo anche quando gli vengono “i volt” e deve affondare i denti nella mano per calmarsi. Raykene gli ha permesso di tenere in camera l’Enciclopedia Britannica e di comprare delle mappe su cui Todd ha disegnato «un fiume grigio di matita» per indicare la strada che lo separa dalla casa della sua infanzia, dalla città dove suo padre, che lo picchiava con la cintura, è ormai morto, e suo fratello che lo bullizzava per ridere di lui con i compagni ora vive con la moglie e i figli. Di una sola persona Todd ha nostalgia: sua madre. Lei che lo chiamava «il mio ometto bellissimo» e della quale Todd, alla fine della storia, riuscirà a risentire il respiro in un modo tenero e buffo che ovviamente non vi racconto, perché svelerei il finale, ma anche perché è l’approdo di un’avventura che vale la pena leggere.


Tutto comincia con l’arrivo a Peyton di Mike Grembiule, un nuovo operatore che a Todd ricorda il padre e che per questo Todd odia e teme, e con l’arrivo di Martine, un’ospite burrascosa che nel breve passaggio in quella comunità riesce a sconvolgere la vita abitudinaria e regolare di Todd e a insegnargli il valore della disobbedienza. La storia in sé è normalmente bella e ben congegnata e ha il potere di mostrare la “normalità” di un ragazzo atipico, uno che ti dice «Io non guardo mai la televisione perché va troppo veloce e sembra che dentro si conoscano già tutti tra di loro» o che descrive la propria rabbia come nessuno di noi saprebbe fare: «gradualmente ho sentito che mi arrivava addosso la molla elettrica del mio corpo. I pugni si sono chiusi e la pelle della faccia si è messa a tirare all’indietro finché la faccia non è diventata a forma di grido».


C’è qualcosa, nel modo che ha Todd di descrivere emozioni e avvenimenti, che sembra la perfetta reificazione di ciò a cui aspira ogni buon narratore: “show, don’t tell”. Todd rende visibile ogni minima alterazione dello stato d’animo, rende percepibile tattilmente ogni gesto, che sia gustare un hamburger o tosare il prato. Todd ha l’arte di vedere.
Ma se dovessi dire cosa più di tutto mi ha fatto amare questo libro, sarebbero due cose: gli occhi di Todd sul mondo e il suo rapporto con la madre. Perché i figli speciali restano per sempre attaccati alle madri in forme difficili da decifrare, forme che certi insolentiscono con terminologie sciocche (ipermaterno, dicono); forme come quella della mia nonna con il suo figlio tetraplegico, leielui un’anima sola, dolente eppure immersa in un paradossale stato non troppo dissimile dalla felicità. O la forma della Pietà scolpita da Michelangelo nel marmo a imperituro monito: di madri e figli “strani” si contempli con pietà, appunto, e si lasci fare al cuore, ché ogni giudizio è fuori luogo.

Infine, poiché questo libro parla di autismo, segnalo il capitolo Ventisette in cui Todd, con sintesi degna del suo sguardo sagacei e in modo doverosamente confuso, fa in tre paginette il punto sul spettro di cui sopra, che «è talmente ampio che dentro può starci praticamente chiunque. Una persona schizzinosa nel mangiare o amante della solitudine potrebbe essere all’interno dello spettro. Se qualcuno ha un talento innato per la musica potrebbe essere dentro. Se ha una buona memoria per i dettagli o una predisposizione per il disegno, potrebbe essere nello spettro autistico. Isaac Newton fu la più grande mente logico-scientifica della storia dell’uomo, e stava nello spettro. Queste persone nello spettro non devono prendere medicine o essere accompagnate con il pulmino a lavorare in una mensa scolastica. Possono avere figli e completi eleganti e orologi e prendere l’aereo. Possono mettersi in posa per le foto e recitare nei film. Queste persone sono Steve Jobs, Albert Einstein, Lewis Carroll e Andy Wharol. Prendono l’ascensore insieme a voi e vi preparano il cibo. Magari li avete addirittura sposati».

Post letto 2109 volte
Tags: , , ,


Scrivi un commento



*


Ricevi un avviso se ci sono nuovi commenti. Oppure iscriviti senza commentare.



Segui questo link per ricevere nuovi post dal blog!