Dal 2 al 9 o dal 3 all’8?
Quando la scuola… dà i numeri

28 settembre 2017
Scritto da: Francesca Magni

Oggi la prof ha chiesto ai ragazzi (secondo anno di liceo classico) come preferiscano essere valutati. Per alzata di mano, potevano scegliere: voti dal 2 al 9 o dal 3 all’8.
Domani prima verifica di latino. Vince la scala dal 2 al 9. I bravi e gli ottimisti devono essere in maggioranza.
«Io ho votato dal 3 all’8», mi spiega Filippo, «un 3 è un po’ meno irrecuperabile».
Penso che irrecuperabile in questo momento sia un aggettivo calzante: per la speranza che nutro nel suo futuro in quel liceo e per l’intelligenza offesa. Non la sua, ma del genere sapiens sapiens, condannato a partecipare di trovate come queste.

Ma poi a cena la figlia minore (primo anno, stesso liceo classico) ci parla del suo prof di greco.
«Ha detto che farà tante verifiche per essere certo che studiamo. Poi se uno prende un’insufficienza, viene interrogato, e se l’interrogazione va bene l’insufficienza si cancella».

A questo punto, perdonatemi, ma per il rinnovato ottimismo nel genere umano, ho un attimo di euforia che mi spinge a superare ogni pudore, e ad autocitarmi. In fondo a Il bambino che disegnava parole (il mio romanzo-vero appena uscito per Giunti) c’è un decalogo, una specie di Manifesto dei Diritti del Dislessico ispirato dalle chiacchiere con una brava professoressa, che mi fece notare: sono i diritti di tutti gli studenti.

Uno di questi diritti, il numero 5, parla proprio dei voti numerici e della follia a cui ci condannano: fare media. Nonché – come ho scoperto oggi – stimolare la perversa fantasia di qualche sapiens sapiens.

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Il diritto di non “fare media”, (ovvero il diritto al perdono)
In un sistema scolastico basato sui voti numerici, il non-sapere-ancora si trasforma inevitabilmente in una “colpa”. Prendo due in un compito perché non ho capito un argomento, o perché non l’ho studiato, in sostanza perché non l’ho imparato. Poi studio, capisco, imparo, e prendo otto. La mia media sarà cinque, che non certifica il mio avere imparato e tiene traccia di quando non sapevo ancora.
In un sistema di votazione alfabetico, se prima avevo E e ora ho A, non c’è modo di tenere traccia della E. La E è quello che ero – uno che non sapeva ancora –, la A è ciò che sono: uno che ha imparato.

Mi sono poi chiesta quali ragioni abbiano spinto la prof di latino a scartare a priori l’opzione voti da 1 a 10; ricordo un mio docente di storia all’università, che al massimo dava 29, e un docente di mia madre alla facoltà di matematica (si era pre Sessantotto) che segnava sul libretto anche un 17… È chiaro che sadismo e insensatezza sono evenienze frequenti nella nostra specie.
Perché invece non un bel 4-7? Punta sulla ‘medietas’, si svincola dalla coazione decimale, suona nuovo… la prof non deve averci pensato. Del resto, se avesse voluto innovare, avrebbe scelto un radicale 5-6: sufficiente o no. Obiettivo raggiunto / obiettivo mancato. Ecco, ora che ci rifletto, persino una logica binaria è più sapiens del parametro con cui Filippo sarà valutato domani in latino.
A proposito: chi vuole il numero, non appena sarà vergato sul registro, mi scriva; è caldamente consigliato giocarlo al lotto, ruota di Milano.

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