Francia in bici / tre fortune

12 agosto 2016

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DA CARCASSONNE A HOMPS (59 km tappa con deviazione).
Come intitoliamo questa giornata? Siamo seduti in una brasserie all’aperto vista canale, i soliti chilometri nelle gambe, ma oggi siamo più provati. Malocchio, risponde Filippo. Una serie di sfortunati eventi, dice Costanza. Poteva andare peggio, suggerisce Luigi. Ecco la storia.
Partiamo da Carcassonne con la gomma di una bici sgonfia, il meccanico è vicino e non ci facciamo scoraggiare, visitiamo la cattedrale in attesa del cambio di camera d’aria e siamo pronti per imboccare un tratto di sterrato che è una vera esperienza… “tattile”. La bici trasmette al corpo una infinita varietà di scossoni secondo le fantasie del manto stradale, brecciolino, ammassi di ghiaia, terra coperta di paglia e sterpaglie, sassi grossi, radici di alberi, sabbiolina, persino sassi di ferrovia e su tutto un manto di polvere che ha sbiadito ogni nostro colore. Niente paura, ci avevano avvisati, e il bel canale ci resta fedele compagno, con un nuovo sentore di mare.
Pic nic a una chiusa sotto un albero a ombrello e via di nuovo nella polvere sotto un sole accanito. Dopo una trentina di chilometri ci accorgiamo di aver perso la macchina fotografica. Si lascia perdere o si tenta l’impresa della ricerca? Votiamo per la seconda e ripartiamo pedalando fast forward con gli occhi sul ciglio dello sterrato e nessuna speranza. Il fuori programma ci costa 11 chilometri extra di fatica non vana: il 14enne occhi di lince raggiunge il punto dell’ultima sosta per raccogliere more e riagguanta la macchina nascosta tra l’erba, riscattando in un sol colpo tutte le uova non trovate in frigorifero e le mutande non trovate nel cassetto.
Ringalluzziti dalla botta di fortuna, riprendiamo la direzione di marcia quando la gomma riparata stamattina cede di nuovo. Gonfiamo, incrociamo le dita e pedaliamo verso sud est fino all’ora in cui diventa necessario prevedere un punto di arrivo e un riparo per la notte. Così, sotto un albero che ci copre dal sole che non molla e seduti su una scomoda massicciata di sassi da ferrovia, telefoniamo a tutte le chambre d’hôtes e alberghi del prossimo paese e poi del successivo e di quello dopo ancora, fino a spingerci a pericolose distanze di 30 e 40 chilometri, che a questo punto sarebbero un’impresa, e niente: tout complet. È venerdì sera, dice Luigi, l’integralista del viaggio-avventura senza prenotazione. Hai un’idea di cosa fare? gli chiedo, No, risponde, e inizio a immaginare la notte fra le sterpaglie, magari consolati dalle stelle cadenti, o penso di ricorrere ai consigli con cui ci ha congedati la dame di Verdun (“Se non avete più acqua andate al cimitero che c’è n’è sempre, e se non trovate da dormire andate in stazione che trovate le panchine”), quando l’albergo che non rispondeva, l’unico in un raggio di 40 km che non mi avesse ancora detto no, finalmente risponde e sì, ha una stanza.
Nell’ultima manciata di chilometri rigonfiamo la bici ogni 500 metri, ma per lo spirito ormai è tutta discesa. L’alberghetto è pure carino, con il dehors direttamente sul canale e, proprio accanto, una brasserie che si rivela il miglior posto in cui abbiamo mangiato dall’inizio della vacanza.
Ed è così che finisce la storia (e la giornata), e con una macchina fotografica persa e ritrovata, una notte all’adiaccio scampata per un soffio e una buona cena, il titolo viene a essere Tre fortune.

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