Pierre Lemaitre Ci rivediamo Lassù

23 febbraio 2015
Scritto da: Angelo Di Liberto

Pierre Lemaitre Ci rivediamo lassù (Mondadori, 2014, € 17,50, pp. 453, traduzione di S. Ricciardi). Ci sono guerre che si consumano sui campi di battaglia e guerre che serpeggiano quotidianamente negli animi. Se per le prime il nemico è visibile, spesso per le seconde, i tiranni sono difficili da riconoscere, ma fanno ugualmente male. Pierre Lemaitre col suo Ci rivediamo lassù ci mette di fronte a due fazioni contrapposte: la precarietà, l’esclusione, l’ingiustizia profonda che un conflitto, come quello relativo alla Prima Guerra Mondiale, poteva scatenare, da una parte, e ciò che resta, le conseguenze, il rimanente, l’abisso deflagrato da una bomba di spietatezza e restituito nella sua totale ineluttabilità, come maschera, a celare intrighi e mancate prese di posizione, dall’altra. Solo che l’idea dell’autore, premiato col Goncourt 2013 per il libro in questione, va nella direzione vichiana, dei corsi e ricorsi storici. I derelitti di ieri e quelli di oggi. Le nefandezze della lotta armata sui campi di battaglia, alla fine del Primo Conflitto Mondiale e l’ipocrisia dei governi del dopoguerra.

Se qualcuno pensava che il grande romanzo d’avventura si fosse arenato nelle cantine flatulente di un’autrice inglese e che le grandi storie avessero ceduto lo scettro ai libercoli di basso erotismo contemporaneo, non aveva fatto i conti con questo libro grandioso. Sembra di rivivere l’epopea solenne del feuilleton, quello illuminato e documentato. Non di certo l’immagine grigia e puttanesca della novella intrisa di smancerie e fandonie. “Ci rivediamo lassù” è orgoglio tormentato, irrisione del potere, messa in discussione di valori. Ma è proprio di questi ultimi che Pierre Lemaitre si occupa. E lo fa non senza ironia, scegliendo immagini umoristiche, finendo per erigere un monumento ai caduti di ogni guerra che è la stoltezza e la miopia dei governi, occupati a tributare onore ai morti infischiandosene dei vivi.

Ma in questo libro si parla anche di una grande amicizia, forse un po’ patologica, tra due giovani commilitoni, Albert e Édouard, vittime di un sistema politico che li vuole scomodi perché sopravvissuti; perdenti perché invisibili; esclusi perché testimoni dell’orrore. Metafora dell’antieroismo, la loro amicizia prende avvio alla fine della Prima Guerra Mondiale, sul campo di battaglia e si conclude dopo una serie di avventure rocambolesche, nel 1920, con una truffa colossale ai danni della cecità di un regime nazionale lontano dalla consapevolezza del valore.

C’è davvero di tutto in questa storia. Un voluminoso lavoro di ricerca, un’inesauribile forza avventurosa, un costante anelito alla salvazione che sembra non arrivare mai. E c’è anche un cattivo: il tenente d’Aulnay Pradelle, un uomo bellissimo che cela in sé, come contraltare alla sua avvenenza, orrore e spregio di ogni legge. L’ufficiale non esiterà infatti a sacrificare vite sull’altare dell’egoismo personale e a svilire meriti, sporcare memorie, imbrogliare le carte della vita e della morte. Sarà a causa di questo personaggio scriteriato che Albert e Édouard verranno relegati nell’ombra. Ma si sa, l’ombra è il confine esiguo entro cui la luce esilia i misfatti prima della loro scoperta. I nodi vengono al pettine in un modo o nell’altro e non c’è possibilità di scampo per nessuno. Questo non vuol dire che la giustizia trionfi, ma che indagare nei territori del male costituisca a tutt’oggi uno dei percorsi praticabili per individuare il peso delle colpe.

Chi si aspetta frasi memorabili, considerazioni stratificate, verrà deluso. Pierre Lemaitre non è scrittore del pensiero ma di destini. Intinge l’inchiostro della sua penna in un lavoro documentale forsennato e in alcuni fatti realmente accaduti, ma non aspira alla memoria dei più per una prosa aulica, rispettosa degli alti ranghi letterari. Tuttavia questo non lo esime dal farci respirare, attraverso la sua scrittura asciutta, cruda, a tratti umoristica, le atmosfere di un’umanità alla deriva. Anzi, la semplicità con la quale descrive le scene, prima sui campi di battaglia, poi per le strade di una Francia tutta da ricostruire, ci aiuta ad entrare pienamente nel grido di un popolo che vuole giustizia.

“Chi pensava che quella guerra sarebbe finita presto era già morto da molto tempo. In guerra per l’appunto”. Così si apre la storia e, in qualche modo, così si chiude. Col dubbio che la contiguità di bene e male spesso porti a confondersi, a scambiare identità, a illudere che nel sogno di felicità sia ammissibile l’imbroglio. Chi di noi non ha mai pensato che raggirare potesse costituire una possibilità di conquista del benessere? Che nel miraggio della vittoria fosse compreso l’inganno? Perché se stare confinati sotto terra, a pochi centimetri dalla luce, senza aria, con una testa di cavallo morto, imputridita sul viso, che emana lordume, possa costituire un barlume di speranza, di non soffocare, aspirando le ultime molecole di aria rimasta, – di aggrapparsi alla morte per non farsene fagocitare, – tornare alla vita significa mettersi di fronte alla propria verità. Qualsiasi essa sia. Anche a costo di essere fucilati, come Jean Blanchard, un soldato che venne giustiziato per tradimento nel 1914 e riabilitato sette anni dopo e la cui frase, estratta da una lettera indirizzata alla moglie prima di morire, dona il titolo al libro di Pierre Lemaitre. Perché i confini del bene e del male si spostano continuamente e sono affidati al buon senso degli uomini e non a un dio che vorrebbe del cielo un posto lontano a cui approdare, ma che rende inaccessibile. Un posto che nemmeno tutte le leggi degli stati potrebbero eguagliare e di cui gli uomini sono vittime. “Per un finale di guerra, non è male. Una bella immagine. Ma non è l’ultima. Mentre Albert Maillard riprende vagamente conoscenza, si spolmona rotolando sul fianco, Édouard dritto come un fuso insulta il cielo, come se fumasse un candelotto di dinamite. È allora che vede arrivargli addosso una scheggia di granata grossa come un piatto fondo. Abbastanza spessa e a una velocità vertiginosa. La risposta degli dei, probabilmente”. Che è spesso la risposta degli uomini.

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