perché i romanzi italiani non s’intitolano mai col nome del protagonista?
(Peter Cameron Coral Glynn)

11 luglio 2014

Se dovessi tenere un corso di scrittura sceglierei come libri di testo i romanzi di Peter Cameron. L’ultimo che ho letto – trovato per caso nella casa di vacanza in cui sono ospite – è Coral Glynn, del 2012.

La prima pagina è la prima lezione, ci sono l’epoca (“Quella primavera – la primavera del 1950 – era stata particolarmente piovosa”), il luogo (“In fondo al giardino di villa Hart si s’era formata una pozza da cui spuntavano ardite le corolle merlate dei crochi, come bambini tremanti durante l’ora di nuoto”), la protagonista (“L’umidità eccessiva del giardino non preoccupava nessuno a villa Hart tranne la nuova infermiera”), gli altri personaggi (“Ufficialmente era l’infermiera personale della vecchia padrona di casa, Mrs Hart, che stava morendo di cancro. Il figlio, il maggiore Hart, ferito durante la guerra […] non aveva bisogno di un’infermiera, ufficialmente, almeno”).

Solo 20 righe e dal buio del teatro narrativo ecco emergere scenografia e attori. Svelamento, è la tecnica di Cameron: ti toglie il nero dagli occhi e piano piano ti fa capire.

Coral Glynn è sola al mondo, oltre ai genitori ha perso il fratello in guerra. Lavora come infermiera a domicilio, è di poche parole e poche esperienze, sembra priva delle capacità critiche necessarie per affrontare ciò che di lì a poco accade, dalla proposta di matrimonio del maggiore Hart al misterioso delitto che si consuma a pochi passi dalla villa.

Le scelte di Coral sono poco meditate, sembra agire seguendo un istinto un po’ illogico, quasi in fuga dalle possibilità. La segui senza condividere, come una figlia testarda che non accetta consigli. E così si arriva a un finale di romanzo imprevisto ma che è esattamente come deve essere. Un’esistenza incomprensibile durante il percorso, tortuosa e piena di errori, ma chiara nell’approdo.

Coral Glynn è una donna che sa soffrire per non accontentarsi, un’eroina della vita semplice. Perciò non è esagerato che il libro si intitoli con il suo nome – uso comune nei romanzi stranieri e per nulla in quelli italiani: mi ha sempre colpita che non sia abitudine (capacità?) della narrativa nostrana ritrarre eroi quotidiani degni del titolo… (Ma forse è solo il marketing delle case editrici che ricerca titoli a effetto…).

Tornando a Cameron, quel che vuole raccontare è racchiudo nella citazione di Trollope in esergo: “Aveva deciso di non accontentarsi di una vita scialba, quella che si aspettavano da lei i pochi che pensavano di conoscerla… Si sarebbe spinta nel mondo, per vedere se riusciva a trovare qualcuna delle cose piacevoli di cui aveva letto nei libri”. Ma come sempre accade nei buoni romanzi, anche questo lo si capisce solo alla fine.

[Peter Cameron, Coral Glynn, Adelphi, 2012, traduzione di Giuseppina Oneto, pp. 211, € 18,00]


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(Peter Cameron Coral Glynn)”


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