Olanda in bicicletta, giorno 2:
fully booked

22 agosto 2013

CASA A VISTA Rosendaal ci rivela una curiosa caratteristica olandese. Le casette antiche dai frontali decorati e strettissimi (in passato le tasse sulla casa si pagavano in proporzione alla larghezza) sono piene di finestre che arrivano a mezzo metro da terra; spesso quelle del piano strada sono ampie o a bowindo e quasi sempre senza tende. L’esterno silenzioso delle strade piene di verde si riversa in casa, e l’intimità della sala, quasi sempre piena di fiori, con divano, tavoli e luci soffuse, non teme di trapelare sulla strada.

Deve esserci un senso della privacy diverso da quello morboso che ci caratterizza. Immagino che una casa a vista sia possibile dove le vie sono poco frequentate e i frequentatori poco impiccioni. Immagino che sia bello ridurre il diaframma tra interno e esterno, protetti dal reciproco rispetto. E i furti non sono il primo timore né, suppongo, evenienza frequente perché la quasi totalità delle case non ha sbarre alle finestre.
I dintorni di Rosendaal sono belli quanto la cittadina: una campagna curatissima punteggiata di ville ognuna con un giardino sul fronte, spesso “all’italiana”, con minuscoli labirinti di bosso che riproducono i sontuosi dehors delle nostre ville patrizie – o almeno a quelli assomigliano, perché dubito che gli olandesi intendano emularli. Certo è che la natura è curatissima, i fiori sono ovunque e nella campagna, fra campo e campo, una poetica bordura di fiori coloratissimi offre nutrimento alle varietà di insetti che si intendono preservare. Le distese coltivate sono immense, dal granturco al frumento a lande infinite di cipolle, patate, alberi da frutto. E bestiame a perdita d’occhio, mucche, pecore. Un parco giochi per bambini é abitato da una folla di capre e non è chiaro chi ne sia il titolare.

DESERTO AGRICOLO
Pedaliamo tra i borghi di campagna lungo la Lf13b (b indica una direzione, a quella opposta) una infinita ciclabile che ricama lo Zeeland, la regione a Ovest, protesa sul mare e proterva nella sua antica lotta. Qui la terra fronteggia l’acqua da sempre. E dopo boschi poetici con casette incantate e piene di ortensie, sbuchiamo a ridosso di un argine che spalanca la porta di un mondo nuovo. Giunti in cima, il verde del prato è solcato da gigantesche navi da carico che per effetto ottico sembrano camminare anziché navigare. È il golfo di Anversa, un lago che divide natura bucolica e modernità parassita: all’orizzonte una centrale nucleare, impianti industriali e pale eoliche.
Riscendiamo sotto il livello del mare, al di qua dell’argine, e ci inoltriamo in quello che si rivela un “deserto agricolo”. Le coltivazioni intensive non lasciano spazio ad alcuna costruzione. La presenza dell’uomo è percepita solo per i frutti del suo lavoro: pedaliamo per una ventina di chilometri fra distese industriali di ogni coltura immaginabile, dall’aglio al grano, alternate a campi di fieno per gli animali, i soli esseri viventi in vista. Serre, cisterne d’acqua, una produzione imponente che fa impallidire la Pianura Padana. Il paesaggio dà una vertigine da deserto, un horror vacui che sommato al sole insistente da cui non c’è riparo e alla stanchezza rende particolarmente faticoso continuare a pedalare. Eppure si deve. La ciclabile è tortuosa e costringe a peripli infiniti fra un villaggio e l’altro. Di b&b neanche l’ombra.

STRADE PER DUE RUOTE
Trovare alloggio è un’impresa. Non ci sono strutture, non in questi villaggi minimi. E dove ci sono è tutto prenotato per l’alta stagione. Siamo partiti per l’Olanda con lo spirito con cui abbiamo pedalato lungo il Danubio e scopriamo l’equivoco: il turismo itinerante che avevamo in mente, qui non è previsto. Le piste ciclabili sono effettivamente un paradiso per chi ama spostarsi in bici ma non sono concepite con uno scopo ludico: sono, come è giusto, una infrastruttura. Non abbiamo percorso nemmeno un metro su una strada che non fosse specificamente costruita per le due ruote. Le ciclabili sono reticoli simili alle strade per le auto, doppio senso di marcia, segnaletica apposita, semafori dedicati, vie principali e secondarie alcune delle quali percorribili anche in motorino. Persino sulle rotonde la striscia per le bici corre parallela alle auto e nelle strade di campagna un tratteggio da ambo i lati riserva lo spazio ai ciclisti. Gli Olandesi usano la bicicletta come mezzo di trasporto, le signore ci vanno al lavoro coi tacchi alti. E noi che le usiamo per sport estivo suoniamo strani.
La Lf13 prosegue a zig zag nello Zeeland e dopo 68 chilometri siamo sfiancati, è il nostro primo giorno e non è una buona idea partire esagerando, ma il percorso è più lungo del previsto. Goes, che era la meta, dista altri 20 chilometri. La sacrifichiamo alla stanchezza e la superiamo in treno diretti a Middelburg. Stremati e un po’ infiacchiti dal deserto agricolo vediamo con sollievo la città – magnifica! Un ponte girevole si sposta per far passare una vela. Il centro storico circondato da due canali è antico e pittoresco, gli alberghi presi d’assalto: “fully booked” rispondono uno via l’altro. Gli olandesi, però, sono soccorrevoli. Due passanti bussano a casa di amici per aiutarci a trovare un hotel, ci regalano una mappa e qualche indirizzo. La proprietaria dell’hotel aan de Dam è simpatica e spontanea, si commuove vedendo due ragazzini lungo-pedalanti (benché le loro condizioni siano assai migliori delle mie) e offre, all’ultimo piano del suo palazzo del Seicento, un alloggio improvvisato (una stanza privata attrezzata con 4 brande) che ci sembra regale. È l’albergo più antico e lussuoso della città. Ci accontentiamo di godere, il giorno dopo, di un’ottima colazione in una sala tutta stucchi.

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