Hanif Kureishi Nell’intimità

31 agosto 2013
Scritto da: Angelo Di Liberto

Hanif Kureishi Nell’intimità (Bompiani, 2000, € 8,00, pp. 108). Il racconto di una notte. Un uomo alle prese con la propria esistenza coniugale. Domande, certezze, incubi, decisioni che cambieranno tutto.
In una notte.
Il dubbio delle parole. “Perché le parole sono azioni e fanno accadere le cose”.
È un’attesa interminabile, fatta di silenzi e ritorni, di visioni e affetti.
Jay è sposato con Susan e ha due figli piccoli. Non ama più la moglie o forse non l’ha mai amata. In lui si fa strada il desiderio di essere “altro”. Non un alter ego ma un se stesso che guardi al mondo con gli occhi della libertà.
Jay ha fatto sinora ciò che normalmente fanno le donne: soccombere.
Non ha avuto il coraggio di andare. Si è rifugiato in altre relazioni pensando di soddisfare la sua sete di annullamento. Ma non ha cercato intimità nonostante le notti di sesso; né appartenenza.
Si è immaginato perché non è stato niente. La realtà che l’ha circondato sino a quel momento non gli ha permesso di sentire. L’eco del desiderio si è arrestata davanti alla porta di casa.
“Il sogno, o l’incubo, della famiglia felice ci perseguita; è una delle poche idee utopistiche di questi tempi”.
Cosa spinge un essere umano alla volontà di famiglia? Jay se lo chiede senza riuscire a trovare una risposta che possa coprire l’intero arco del tempo trascorso nel matrimonio. Anche se non è il tempo a definire i margini dell’amore.
Eppure Jay ha lasciato che la sua vita divenisse monotonia, affinché ogni singola novità gli concedesse il balsamo dello stupore. Ciò che l’ha accompagnato per sei anni è diventato una parte della sua personalità, fino a confondersi col sé autentico. Quell’abito tagliato su misura e sfoggiato in maniera impeccabile è divenuto pelle, muscoli e nervi. Non c’è più distinzione tra contenitore e contenuto.
Il tessuto dell’abito ha aderito all’epidermide, tuttavia ha mantenuto una sua identità. Man mano che l’uomo è cresciuto, quell’abito si è fatto sempre più stretto, fino a costringerlo, fino a instillare il dubbio sull’indole esistenziale propria del protagonista.
Jay vuole se stesso a tutti i costi.
Come se il tempo trascorso con la moglie l’avesse imprigionato, relegandolo nel ruolo di un altro, Susan l’ha visto muoversi, fantasma di una vita non sua, e che a un certo punto l’ha cristallizzato nel dovere, senza rendersene conto.
“Siccome non è mai stata disillusa o delusa – la vita non l’ha mai disgustata, e non si lascerebbe mai andare a qualche forma di confusione interiore – non è cambiata”.
L’uomo si è sentito, all’inizio della sua relazione con la moglie, necessario. Solo che a un certo punto si è perso nella sua condizione di guida. È stato assalito da domande e ossessioni, senza per questo trovare risposte. Abituandosi a fare quello che gli veniva detto, senza fiatare, per amore della famiglia, ha costruito dentro di sé un luogo sicuro e protetto da dove spiare la sua magra esistenza.

“Comunque io ho perso il gusto per la vita. Sono apatico, e per la maggior parte del tempo non voglio nulla, tranne capire perché qui dentro sia scomparsa la felicità. È così per tutti? È tutto ciò che si riesce a ottenere? È il massimo che si può avere?”.
Come personificazione maschile del personaggio di Madame Bovary, il protagonista delineato magnificamente dalla scrittura scarna di Hanif Kureishi, gioca con l’attesa, si contorce nel dubbio, ansima nel rovello, sino a perdere la ragione.
Jay ha bisogno, come lui stesso dichiara, di contatto e nutrimento. Ma non è nell’altra persona che è disposto a trovarli. Non c’è salvezza nell’altro. Solo in sé si può scorgere la scintilla della consapevolezza.
Nel momento in cui scorge d’essere un altro, nell’esatto istante in cui si rende conto che due persone possono darsi gioia vicendevole e dolore, Jay impara che esiste il tempo. Un tempo consapevole, interiore, in cui tutto misteriosamente diviene. E può essere solo amore.

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