nuovo mondo

22 aprile 2012

Esco dalla subway a Washington Square, è sera, locali traboccanti di ragazzi, musica, luci. L’aria è tiepida. Ho dimenticato la piccola bussola che di solito tengo in tasca. A New York è utilissima: tutto quello che devi sapere, quando sbuchi dalla metropolitana, è in che direzione andare. Manhattan è una griglia di strade perpendicolari, uptown downtown east west, se sai come sei orientato non ti puoi perdere. Armeggio con la preziosa Cartoville, adoro le mappe, mi fanno sognare, ma qui non ne ho mai il tempo: Can I help you, ma’am? Apri una cartina e subito Can I help you?, sembra un videogioco che ti risponde se schiacci il tasto sbagliato. Stasera il volontario è un tipo trasandato, potrebbe dormire per strada, forse una panchina, forse ha un suo rifugio, sulla 4th Street uno come lui si è fatto casa sotto la pensilina di un portone in disuso. Ha una lattina di birra ma è sobrio: Yes, please, da che parte per Bleeker Street? Have a good night, mi dice. Have a good night.

One’s destination is never a place, but rather a new way of looking at things (Henry Miller). A me è successo a Ellis Island, dove probabilmente sbarcarono i cugini della mia bisnonna, certi Barbera fra cui si favoleggia ci fosse  anche Joseph, diventato poi famoso insieme ad Hannah per i cartoni animati. Il 17 aprile del 1907 di Giuseppe Barbera ne sbarcarono una decina, quel giorno gli arrivi furono 11.000, un record nel pieno del picco migratorio che, fra il 1892 e il 1954, rese Ellis Island la porta della terra promessa per 12 milioni di persone. 50 lingue diverse. L’intero mondo rappresentato qui di passaggio.

L’isola fu ampliata negli anni per fronteggiare l’ondata di arrivi. Si scavavano i tunnel per la metropolitana e la terra finiva a Ellis Island. Dormitori, un ospedale, ogni giorno lo smistamento. «A mia nonna Evelyn fecero una croce col gesso sul cappotto, quando i controlli furono finiti ci fecero passare tutti tranne lei, una povera donna di 80 anni, le impedirono di venire con noi, da quel giorno non l’abbiamo più vista, non abbiamo più saputo niente di lei» racconta una immigrata russa ormai anziana e americana. Sua nonna aveva avuto la sfortuna di finire in quel 2 per cento di persone che venivano rimpatriate. Ma il 98 per cento entrava, dopo controlli medici, qualcuno dopo la quarantena, qualcun altro dopo aver superato test di intelligenza messi a punto per chi non parlava l’inglese. Incertezza, paura, ma poi una scala per uscire, un biglietto del treno e l’America. «Avevo messo radici nel mio paese, l’Italia. Poi le ho rimesse qui. Mi sento come un albero con due vite e amo entrambi i miei paesi» racconta un’altra delle innumerevoli voci che il museo di Ellis Island ha collezionato in una mostra di incredibile forza [se siete iscritti a Facebook nel link vedete le mie foto scattate alla mostra di Ellis Island]. Lo spirito con cui è stata allestita è: ecco cosa hanno sopportato gli immigrati, ecco cosa hanno trovato al loro arrivo, ecco come sono nati gli Stati Uniti d’America. Ecco cosa è successo dopo Ellis Island. È il dopo che conta.


Le valigie, i bauli, le ceste di vimini, i fagotti di stoffa rovesciavano nel nuovo mondo scaglie del vecchio. L’abito da sposa, le porcellane buone, la macchina da cucire, il ferro da stiro, i regali di nozze, una caffettiera, le foto dei parenti, lenzuola ricamate e salviette grezze, un crocifisso, una menorah, libri di preghiere a ogni dio esistente in cielo e in terra, i paramenti dell’altare, una culla, posate in peltro, un cestino per tenere calda la borraccia del tè, una tavoletta di cioccolata: è ancora in mostra a Ellis Island, intatta. A donarla al museo una immigrata siciliana: l’aveva conservata per l’intero viaggio come ricordo della mamma che gliel’aveva data.


Qualche oggetto tornava utile, qualcun altro risultava inadatto. Riuniti nelle comunità per religione e paese d’origine, si cercava di ricreare un mondo simile a quello lasciato e al contempo inevitabilmente nuovo. Se gli oggetti segnavano il loro essere inadeguati, per lo più fossili del passato, i bambini erano semi più fertili per attecchire nella nuova terra. Imparavano la lingua in fretta, diventavano interpreti e mediatori culturali. Preziosi per gli immigrati e preziosi per gli americani. Dobbiamo togliere i figli degli immigrati dalla strada o diventeranno delinquenti, scrivevano i giornali di New York quando la borghesia dell’upper Manhattan, incuriosita da migliaia di persone di ogni parte del mondo riversatesi nel Lower East Side, andava a vedere come vivevano. Le consideravano persone di straordinario coraggio per aver affrontato quel viaggio in mare e osato affrontare l’ostacolo di una lingua sconosciuta. Gli immigrati hanno più energie, si diceva.


Al 97 di Orchard Street un tedesco arrivato nella prima metà dell’Ottocento e ormai arricchito fece costruire un tenement, un condominio di cinque piani con venti minuscoli appartamenti da affittare ai nuovi arrivati: dal 1892 al 1935 settemila persone ebbero come residenza il 97 di Orchard Street. Non ci si viveva bene: spazi angusti, quattro latrine in cortile, riscaldamento a carbone, aria soffocante, niente acqua corrente, famiglie numerose, la strada, il quartiere affollatissimi. Il lavoro però c’era, e a domicilio: cucire abiti. I ragazzini portavano dalla fabbrica agli appartamenti le pezze di stoffa e in ogni bilocale si riunivano più operai per 14 ore al giorno. Vita durissima, eppure vita. Quando la borghesia newyorchese si accorse di come si viveva nei Tenement come quello di Orchard Street fece pressioni sul governo della città: si temeva il diffondersi di malattie, in quelle condizioni, si diceva anche Se li trattiamo così non vorranno diventare americani. Perciò in quegli anni si fecero leggi per rendere i tenement più umani, dal 1901 ogni stanza doveva avere una finestra, dal 1924 si imposero due bagni ogni quattro appartamenti. Il Lower East Side si riempì di scuole per i figli degli immigrati: dovevano avere locali ampi e luminosi, perché quei bambini vivevano in case piccole e buie; nacquero biblioteche e campi sportivi che ancora oggi arricchiscono il quartiere. L’educazione americana fu data a tutti largheggiando. Gli adulti erano incoraggiati a frequentare le scuole serali di inglese. Se non gli insegniamo la lingua e la nostra civiltà presto l’Amercia sarà come il vecchio continente, strillava il titolo di un giornale negli anni Dieci. Non so come argomentasse l’articolo, ma è chiaro che vedeva lontano. E ciò che temeva non accadde.


Con lo scoppio della prima guerra mondiale si accelerò l’americanizzazione. Agli immigrati si chiedeva di dimostrarsi patrioti, risparmiare il pane per i soldati, arruolarsi a loro volta. Le strade si riempirono di botteghe dove farsi fotografare: i cartelli invitavano ad avviare le pratiche per il documento di cittadinanza americana. Nei teatri di quartiere, dove immigrati da ogni parte del mondo esorcizzavano la lontananza da casa con operette di sapore nostalgico, dove esprimevano fatica, paura e sogni, le canzonette raccontavano quelle che stava accadendo: New York, e in particolare il Lower East Side, erano diventati un enorme laboratorio di convivenza. C’erano gang combattive (Al Capone nacque a Brooklyn e a 11 anni “debuttò” qui!), ma c’erano anche milioni di persone che ogni giorno dovevano dividere lo spazio ed elaborare una forma di coabitazione. Le tradizioni del vecchio continente, la religione trovavano sfogo in ritagli della vita domestica e in momenti di vita comunitaria nel quartiere, ma era impellente l’esigenza di vivere gomito a gomito. Mescolarsi. Accettarsi vicendevolmente. Non c’era tempo né spazio per rimproverarsi le differenze. E l’America chiedeva unità. It’s non your nationality, it’s you cantava una canzonetta in voga in quegli anni. A dispetto dei rigurgiti anti immigrazione del decennio della crisi economica, l’appello a diventare tutti americani vinse. C’era bisogno di forza lavoro, bisogno di braccia e di menti.


All’origine di questo paese c’è un atto di volontà. Affiliare nuove genti per diventare più forti. E pluribus unum. Sotto la stessa bandiera, la stessa retorica, gli stessi valori civili. Quella scelta di unire ha lasciato una traccia nelle strade di New York, in quelle del Lower East Side dove sopravvivono fianco a fianco posti come Katz’s Deli, la salumeria yiddish fondata da una famiglia russa immigrata nel 1888 o e come Alleva che fa formaggi italiani dal 1892, quando arrivò qui una famiglia di Benevento. Ma la traccia più forte è un senso di energia che percorre ancora queste strade, un che di “vibrant” percepibile solo qui. L’eco di quel it’s not your nationality, it’s you. E non è solo un’eco.


A New York “it’s you” è qualcosa che ti senti addosso. In una galleria d’arte di Washington Square che espone lavori di giovani artisti in cerca di fortuna, o semplicemente in cerca di se stessi, un cartello dice: There’s nothing you can frame that can’t be framed. There’s nothing you can thing that can’t be trought. A New York non c’è varietà umana che non sia accolta per quello che è: varietà. Puoi vestire come credi, puoi essere come sei e come vuoi. Non è amore di stravaganza, non è gusto per l’originalità, non è posa. It’s you. A Milano, capitale della moda italiana, la città italiana che più si fregia di modernità, anche l’originalità è una declinazione del conformismo. La creatività non è libertà ma esercizio. Se sconfini, uno sguardo ti dirà che sei fuori tema. Non sentirai mai quel “it’s you”, a Milano. La varietà di specie, nella giungla nostrana, non risce ad amare se stessa: è come se il leone sfottesse la giraffa per il collo lungo o la gazzella disperezzasse il manto vistoso della zebra. E quando lo stereotipo impera, la fantasia muore, lo stupore si estingue. In Italia stupirsi è da sprovveduti, chi si sente intellettuale, cool, navigato non ostenterà mai una bocca spalancata dalla sorpresa; semmai fingerà di avere già visto, già fatto, già scoperto. Già saputo.


Dopo aver camminato su un filo tra le guglie di Notre-Dame a Parigi senza che i parigini lo degnassero di attenzione, il funambolo Philippe Petit passeggiò per 45 minuti su un cavo di acciaio lanciato a ponte tra le Torri Gemelle. Non erano ancora state inaugurate. Fece avanti e indietro otto volte. Il 7 agosto 1974 a New York la gente si telefonava di casa in casa, racconta Gina, la mia teacher, haitiana cresciuta in New Jersey, che allora era una bambina: Guarda dalla finestra, c’è uno che cammina fra le torri!, e tutti alla finestra e a correre sulle terrazze dei tetti. Per rappresentare la bellezza, il funambolo Petit era venuto nel nuovo mondo. Il vecchio mondo non era più capace di stupirsi.

Ho scelto come foto di questo post proprio Philippe Petit fra le Twin Towers. Su quel filo tra mondi, dal vecchio al nuovo, dobbiamo tornare ad avventurarci.

Scritto da: Francesca Magni

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