Tatiana De Rosnay La chiave di Sara

25 gennaio 2012
Scritto da: Elisa

Tatiana De Rosnay, La chiave di Sarah (Mondadori, 2007, traduzione di Adriana Colombo e Chiara frezza Pavese, 17,00, pp. 321). Se la De Rosnay si fosse fermata un po’ prima, forse l’avrei apprezzato di più. L’ultima parte mi è sembrata inutile e quasi scontata. Detto questo, la storia è bellissima, e la formula dei capitoli alternati tra il 1942 e i nostri giorni è molto funzionale e accattivante, dà ritmo e tiene con il fiato sospeso. Il libro affronta un argomento sicuramente non nuovo in letteratura, quello dello sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale; ma lo fa ricordando un evento che forse pochi ancora conoscono, il rastrellamento del Vel d’Hiv. Il 16 luglio del 1942, migliaia di famiglie ebree furono portate via dalle loro case dalla polizia francese, su ordine dei tedeschi, e spedite in parte al campo di Drancy, a nord di Parigi, in parte al Vélodrome d’Hiver. Per cinque giorni, settemila persone vissero all’interno del velodromo in condizioni disumane fino al successivo trasporto al campo di sterminio di Auschwitz.
La De Rosnay fa partire il suo romanzo proprio da qui, dalla notte del 16 luglio 1942. Sarah, 10 anni, viene svegliata dall’irruzione della polizia francese e portata via con il padre e la madre. Il fratellino si nasconde nell’armadio segreto usato per i loro giochi. Sarah lo chiude a chiave per rendere più sicuro il nascondiglio e mette la chiave in tasca. Non se lo perdonerà mai.

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