aprire la porta che non trovi
(Lisa Genova Ancora io)

22 settembre 2011

Lisa Genova, Ancora io (Piemme, 2011, traduzione di Laura Prandino, € 17,50, pp. 384). Le prime 77 pagine le ho lette in trance: se togliamo il fatto che Sarah vive a Boston e di figli ne ha tre, questa è la mia vita, pensavo! Lavoro impegnativo, marito collaborativo, giornate farcite come un tacchino, dalla riunione alla favola della nanna, godendo delle gratificazioni di un lavoro amato come del profumo dei capelli dei bambini, un misto di shampoo Baby Johnsons e di wafer. Ma un giorno Sarah ha un incidente: il trauma cranico le toglie la percezione della parte sinistra del corpo. Penso a quando l’emicrania mi crea un buco nero nel campo visivo, proprio a sinistra: niente di paragonabile, ovvio, ma quanto basta a darmi una vaga idea della “mutilazione” di Sarah. Cosa significa vivere senza sapere di avere un braccio sinistro, una gamba sinistra, senza vedere ciò che sta a sinistra e senza neppure sapere dove girare la testa per scoprirlo. Sarah non è paralizzata e non è cieca. Il suo problema si chiama negligenza spaziale unilaterale, Lisa Genova è una neuropsichiatra americana, già autrice di un altro romanzo di questo genere (si intitola Perdersi, Piemme, ma non so dirvi perché non l’ho letto).

Il marito fatica a capire cosa prova Sarah: Nomina tutti gli oggetti che ci sono in questa stanza, gli dice lei. Fatto? Ora trovane altri. Ecco, Sarah si sente così: deve cercare qualcosa in una dimensione della quale non vede la via di accesso. Deve aprire una porta che non trova. C’è il fascino di come funziona il cervello – che diventa chiaro proprio quando non funziona, e mi è venuto in mente lo splendido L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello di Oliver Sacks (Adelphi). Ma questo romanzo offre anche una metafora preziosa per tutti: c’è una porta dove non sappiamo vederla, c’è una nuova strada anche quando tutte quelle note sembrano sbarrate. Il romanzo secondo me ha molti pregi: coglie nei dettagli la quotidiana schizofrenia di noi mamme che lavoriamo; offre uno spaccato sociale della classe colta americana metropolitana (Sarah e il marito sono laureati ad Harvard, appassionatissimi al loro lavoro, competitivi in modo positivo) e del sistema sanitario di un paese che non offre le garanzie a cui siamo abituati noi (dopo cinque settimane di ospedale Sarah ancora non cammina ma viene dimessa perché l’assicurazione non paga più), ma lascia a ognuno la responsabilità di se stesso e insieme molte più possibilità (soprattutto professionali) di quelle che si hanno in un sistema rigido come il nostro; è scritto in modo scorrevole (si “beve” in un paio di sere). E, last but not least, Sarah è una donna simpatica, arguta, ironizza senza banalizzare. È uno di quei rari personaggi che “escono dalla pagina”, ci si convince di conoscerla davvero o che un giorno si potrà incontrarla e a parlarsi ci si capirebbe alla perfezione. Chiuso il libro, se ne sente la mancanza.

Scritto da: Francesca Magni

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(Lisa Genova Ancora io)”


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