un libro tira l’altro /2
(Elvira Seminara, Brigitte Giraud,
Maria Pia Ammirati)

22 agosto 2011

Elvira Seminara Scusate la polvere (Nottetempo, 2011, € 12,00, pp. 206). La prima cosa da dire è che questo libro è capace di leggerezza anche se ruota attorno a un lutto (Coscienza detta Cosce, Scienza o Zen, ha 44 anni e perde il marito in un incidente stradale) e attorno a un mistero che aggiunge dolore a dolore (sull’auto c’era una donna che Coscienza non conosce). Raccontare in modo spumeggiante il tunnel della perdita significa rendere giustizia a una legge della vita: anche nel dolore più assoluto si aprono squarci di energia, di levità, di speranza e persino di riso. Accanto alla protagonista, due amiche di quelle che tutte noi abbiamo e che ci aiutano a non perdere mai la nostra qualità più vitale, l’ironia. Quell’occhio intelligente sulle cose e su se stessi che ci tira sempre un po’ fuori di noi, là dove si riesce a vedere meglio. Leggendo si sorride, ci si ritrova in tante considerazioni femminili di mezza età, si apprezzano – e vien voglia di sottolineare – certe immagini («I ricordi non vanno mai rimodernati, sono come i vestiti antichi, rischi solo di rovinarli quando li riporti in vita. I bei ricordi vanno lasciati appesi alle loro grucce, nella parte alta dell’armadio, sotto il cellofan, in naftalina», pag. 186) e ci si appassiona all’indagine condotta sotto traccia da Coscienza (chi è davvero la donna morta con suo marito?). L’unico difetto è che a tratti il racconto va un po’ per le lunghe, mentre si vorrebbe arrivare prima al finale, che è saggio e dà sollievo; ma si racconta un lutto, e per certi percorsi ci vuole tempo… E alla fine ti ritrovi con una constatazione che è bene rispolverare: quanto è facile scambiare per verità ciò che è solo frutto delle nostre inestirpabili paure.

Brigitte Giraud, E adesso? (Guanda, 2009, € 10,00, pp. 89). Scusate la polvere mi ha fatto pensare a questo breve romanzo francese letto qualche anno fa. Anche qui una giovane donna resta vedova e l’autrice, come Elvira Seminara, è abile a individuare il modo femminile di affrontare la tragedia. Qui i toni sono più toccanti, mai retorici. A questo libro, come all’altro, si resta grate: per averci fatto fare i conti, attraverso una finzione letteraria, col rovescio della vita – la morte – facendoci apprezzare meglio i giorni che abbiamo.

A questo punto, nel gioco un libro tira l’altro, non posso non parlare di Se tu fossi qui di Maria Pia Ammirati (Cairo Editore, 2010, € 12,00, pp. 158). Quando è uscito, lo scorso autunno, sono stata letteralmente mitragliata da più uffici stampa che contemporaneamente promuovevano l’opera della signora, pezzo grosso in Rai da quasi vent’anni. In genere se entro in un negozio per comprare un vestito e la commessa inizia a insistere che mi sta benissimo, mi infastidisco al punto da non comprarlo, forse persino mi insospettisco che mi stia da cani. Con gli uffici stampa è lo stesso, più insistono più sospetto. Soprattutto detesto che interferiscano con quel meccanismo un po’ magico che mi permette di incontrare il libro giusto per un’attrazione non tracciabile e non sempre razionale. Ma alla fine, lo confesso, ho ceduto alle pressioni. Se tu fossi qui comincia con un marito che si sveglia nel letto senza la giovane moglie accanto e con la figlia maggiore (sui sei anni) che gli dice «Papà, la mamma è ferma e fredda da un sacco di tempo» (pag. 2). Sì, è morta. Sul divano nello studio, dove ha passato la notte. Da qui comincia una trama che ha un tratto in comune con il libro di Elvira Seminara: il marito sente squillare il cellulare della moglie, vede arrivare messaggi di un uomo che non conosce; si finge lei e risponde, poi si apposta al parco per vederlo dove si erano dati appuntamento, «Era un uomo elegante, con un fluido capello bianco lungo sulle orecchie, gli occhiali inforcati. Non poteva avere meno di settant’anni. Mi accorsi che aveva accanto un bastone e una pila di giornali. Ero completamente spiazzato, lo guardavo spudoratamente come un bambino al circo» (pag. 106)… Il marito indaga sul segreto della moglie, per nulla  invece sul suo decesso improvviso. La trama in sé è un guscio vuoto, quel che può farne un romanzo o una porcheria sono la scrittura, lo spessore dei personaggi, il senso che alla fine esprime e lascia al lettore. Qui il guscio non si riempie. A cominciare dalla reazione del marito alla morte della bella moglie 36enne, reazione blanda, quasi apatica, senza tragedia. Le figlie scompaiono pressoché dalla storia (e dire che avrebbero aiutato a fare di lui un uomo in mezzo a un lutto). L’indagine su quanto profonda sia la conoscenza (o l’estraneità) fra un uomo e una donna che dividono la vita e il matrimonio resta tale solo nelle promesse del risvolto di copertina. La scrittura è banale, sembra di leggere la trama del romanzo più che il romanzo stesso. Il che non mi scandalizza e ha smesso da un pezzo di stupirmi: ho la scrivania sommersa da decine di libri così, qualcuno si diverte a scriverli, qualcuno guadagna a pubblicarli, qualcuno li legge senza troppa fatica, il vantaggio è per molti. Però Se tu fossi qui a giugno è arrivato alla quinta edizione. E ha aggiunto una fascetta rossa: “Premio Campiello selezione giuria dei letterati XLIX edizione”.

Scritto da: Francesca Magni

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