un commissario che sembra un prof di greco
(Giovanni Ricciardi Il silenzio degli occhi)

29 luglio 2011

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È uscito da una delle decine di pacchi che quotidianamente minacciano la mia scrivania e il mio equilibrio. Giovanni Ricciardi, Il silenzio degli occhi (Fazi, 2011, € 16, 50, pp. 263). Un libro di cui non sapevo nulla, salvo che Marco Lodoli lo consiglia, come è scritto in copertina. Comincia così: «La piena boriosa del Tevere assomigliava alla nostra inconfessabile inquietudine. Solo che stavolta era visibile, un disagio che cresceva di ora in ora». Descriveva il mio stato d’animo, per la piena di libri, e di certo per qualche altra inquietudine inconfessabile. L’ho messo nella pigna “da leggere” senza voler sapere altro – Fazi è una casa editrice da cui non ho mai preso una fregatura, il che ha pesato sul mio atto di fede, e sulla conferma del teorema: certi libri chiamano, e sono quelli giusti.
Questo è un giallo, lo dico subito per chi ama il genere, ma anche per fare il verso a certi addetti stampa delle case editrici: È una storia d’amore ma è costruita come un giallo!, e mi vengono in mente gli anni Ottanta quando i ristoranti e le pizzerie scoprirono la rucola, che faceva chic anche se è amara e nasconde tutti i sapori, e la mettevano persino sulla panna cotta. A me la rucola non piace.

Ma questo è un giallo in cui il fatto che sia giallo non è la cosa più importante: più importante è che è scritto molto bene, con un intreccio avvincente e un commissario romano, Ottavio Ponzetti, che non è il commissario ubriacone e geniale, e non è nemmeno il commissario sciupafemmine sicuro del fatto suo, né il carismatico e caratteriale. È solo uno che di mestiere fa il commissario. Lo fa con esperienza, perché è di mezza età, con qualche imbranataggine e con le sue fatiche (la voglia di una sigaretta, e Gloria, la moglie, che da mesi lo ha convinto a smettere) e la sera torna a casa perché ha una famiglia vera, una figlia ventitreenne (Gisella) che aspetta un bambino da un amore spagnolo e non lo perdonerebbe se lui perdesse la sua performance a teatro, e una figlia quindicenne (Maria) brillante e piperita come è giusto a quell’età, e c’è un punto in cui lui ha voglia di abbracciarla ed è detto senza retorica, proprio come lo penserebbe un padre.
Ponzetti è un uomo autentico, imperfetto, dedito, appassionato ma non esaltato, colto ma non classista, capace di solida amicizia col suo vice, il simpatico Iannotta, romano de Roma, che con la moglie deve sforzarsi di parlare in italiano. Roma nei giorni dell’alluvione del 2008 è bellissima, ponte Mazzini nel crepuscolo: lo leggi e ti sembra di essere lì, nella folla che si accalca per vedere la piena, e sull’auto di servizio di Ponzetti, che sul sedile posteriore trova un bimbo addormentato e senza scarpe. Chi lo ha lasciato e perché, è risposta che richiede duecento pagine, l’indagine è lenta (mai noiosa) e autentica anche in questo, irresistibile il “breinstormi” di Ponzetti, come lo chiama Iannotta, a pagina 157, quando cerca di comporre un puzzle usando il metodo della mappa concettuale, come a scuola. Non è un caso: Giovanni Ricciardi insegna greco in un liceo di Roma, e lo vedi in certi lievi tocchi colti, lo senti nella prosa, nei quadri di Caravaggio usati come indizi, nel raffinato gioco di rimandi: l’amico avvocato con un cane cieco che gli fa da “guida”, e la donna cieca che aiuta il commissario a vedere, e il kairòs, che è il momento opportuno, ma Iannotta non capisce di cosa il commissario stia cianciando.
Non c’è spocchia né sfoggio, c’è solo la leggerezza che si sprigiona dalla sostanza. E una frase a proposito della donna cieca che prima di ammalarsi restaurava i dipinti di Caravaggio, che sono fatti anche di buio, «e ora lei sta entrando in quel buio, che non è fatto per essere guardato, ma per far cadere l’occhio da un’altra parte» (p. 237). Una preziosa suggestione, per un commissario in mezzo a un’indagine. E per chiunque, in mezzo alle inconfessabili inquietudini della vita.

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Scritto da: Francesca Magni

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