il Giappone e i ciliegi in fiore

24 marzo 2011
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Sulla spiaggia di Enoshima un cartello mostra un’onda stilizzata, ricorda quella dipinta da Hokusai; terremoto = tsunami, c’è scritto, e una freccia dice di correre verso il punto più alto. Il 4 gennaio con un cielo azzurro primavera è difficile cogliere il senso di quell’avviso. Sugli scogli la gente è in gita, sopra le teste è tutto un volo, da noi sarebbero gabbiani, qui sono falchi. Una famiglia raccoglie granchi per cena, i giapponesi mangiano tutto quel che si muove nel mare. L’ho visto al mercato del pesce di Tokyo, un infinito catalogo di creature ignote alle nostre pescherie. La ferocia con cui ogni animale è sfilettato vivo mi atterrisce, non so conciliarla con le ciotoline da casa delle bambole in cui verrà servito con leggiadro senso estetico. Del resto come si concilia la violenza dei samurai e il loro vanto nella cerimonia del tè?

Ma un viaggio in Giappone ti spoglia degli abituali criteri interpretativi, non puoi prendere per contraddizione una diversa lettura della realtà. Lì non si stringe la mano, si evita il contatto fisico, ma nei bagni termali, antico rituale che non ha barriere sociali, la nudità di un vecchio è libera dal pudore quanto quella di un bambino. Alla fine di un concerto di tamburi kodo ho visto l’orchestra piangere: avevano sbagliato dei passaggi. Le lacrime erano la sostanza del loro sentirsi – ed essere – sconfitti se ogni singolo non lavora come dovrebbe. Credo che la terra su cui i giapponesi vivono da 2.600 anni, che li costringe a ricostruirsi a ogni generazione, abbia plasmato il loro dna: se abiti sulla faglia fra la placca tettonica pacifica e quella eurasiatica e all’ombra del Fuji, falsa promessa di neve su un nocciolo incandescente, la tua singola vita perde il suo valore assoluto: solo come parte di un popolo, come cellula di un corpo più grande acquista forza. Capisco perché i giapponesi parlano dell’11 marzo senza dire jishin, terremoto, capisco perché quotidiani e tv centellinano le immagini e non si tuffano ingordi su singole storie di dolore (quante volte abbiamo visto la madre e la bimba diventate immagine simbolo a L’Aquila?): non si può compromettere il morale già provato. Insegna la tradizione zen che il bambù non si spezza perché oscilla col vento. Bisogna stare compatti. Perciò il premier Naoto Kan appare in tv in tuta anziché giacca e cravatta, dettaglio che all’Occidente strappa facili ironie. Ma questa come altre formalità non è per porre una barriera fra sé e l’altro: è un mezzo per entrare in contatto. L’ho intuito quando il primo inchino di un addetto dell’aeroporto mi ha sintonizzata su una nuova cortesia, quando la signora del chiosco di bibite ha preso i miei yen con due mani, come fossero i più preziosi. Un’educazione severa penetra i giapponesi dall’infanzia – sospetto si radichi attraverso i piedi, che ai bimbi fino a un anno ho visto lasciare nudi d’inverno, a Kyoto, sotto la neve. I giapponesi forgiano se stessi e quel che li circonda, la natura è soggetta a un amore padronale, dominata per essere curata.

Coesione, controllo, sviluppo. È così che hanno costruito case capaci di fronteggiare il 4° sisma più forte del secolo. Oggi, però, nella corsa al primato della produzione e del consumo si è aperta una crepa senza ritorno: sui reattori della centrale di Fukushima. Lo scrittore premio Nobel Kenzaburo Oe ripete quel che disse di Hiroshima, «È una catastrofe più drammatica dei disastri naturali, perché dovuta alla mano dell’uomo»: senza il danno nucleare il sisma e lo tsunami non avrebbero ucciso le 40 mila persone che si teme saranno il bilancio finale. Dopo cinque anni a Tokyo in pieno boom capitalistico, Angela Terzani Staude scriveva «Abbiamo visto il futuro e non funziona»: le pareva che i giapponesi si stessero allontanando dalla natura, da se stessi. Ho visto il futuro e va a energia elettrica, ho pensato a gennaio in una Tokyo come non sarà più per molto tempo, una megalopoli allo stadio estremo dell’evoluzione consumistica.

Eppure credo il popolo giapponese capace di trovare nuove vie grazie a una saggezza ancestrale, salvifica: sa contemplare la caducità, onorare il limite. I santuari scintoisti vengono distrutti e ricostruiti ogni vent’anni. Il sakura, l’effimera fioritura dei ciliegi, è un evento nazionale. Da sud a nord i fiori si schiudono inseguiti dai bollettini dei tg; negli uffici, cartelli che ricordano di ammirarne la bellezza. Promessa di perfezione, memento di fragilità. La fioritura dei ciliegi è attesa in questi giorni.

(Pubblicato su Donna Moderna n. 13, 2011)

Kyoto, la notte di Capodanno del 2011: nevica, per terra c’è ghiaccio. Scatto di nascosto una foto a una mamma che porta il suo bambino nel marsupio con i piedini nudi.

Cena in un ryokan, un albergo tradizionale giapponese. La leggiadria estetica con cui è servito il pesce, in minuscole ciotole di legno o porcellana.

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