日本 onigiri e samurai

8 gennaio 2011

In Giappone fare uno spuntino non è mai un problema, ovunque ci sono locali e chioschi per tutti i gusti, tendenzialmente specializzati: c’è quello dove trovi solo i ramen, spaghetti sottili ma simili ai nostri alla chitarra, in brodo di pollo, quello dove si mangiano i soba, spaghetti più grossi sempre in brodo, fatti di soia o di farina di grano scura; c’è chi vende solo sushi, chi solo tempura (una frittura di pesce e verdure in una particolare pastella grumosa), chi fritture di tutti i tipi di carne infilzata su spiedini; ci sono i chioschi che vendono vassoi misti per un pasto completo, miniaturizzato ad arte per asporto; e ci sono i chioschi degli onigiri, il mio spuntino preferito: triangoli di riso tenuto insieme da un’alga scura che può essere morbida o secca e croccante, con un ripieno che va dal tonno al salmone ai gamberetti, per i più classici, ma può essere a base di uova di pesce, prugna aspra, molluschi vari e molto altro. Ogni onigiri, venduto singolo, è un piccolo saggio dell’amore dei giapponesi per le minuzie, la carta che lo avvolge è piegata come fosse un origami e porta sul fondo le istruzioni per l’apertura: strappare una striscia centrale e poi sfilare le due ali di carta, una verso destra, l’altra verso sinistra. Se è del tipo con alga croccante, la carta – sottilissima e semitrasparente – si infila tra il riso e l’alga, per preservarla dall’umidità. Mi domando se esistano macchine in grado di piegare automaticamente l’elaborato incarto degli onigiri, cosa della quale non mi stupirei, vista l’abilità giapponese nel produrre strumenti che fanno qualsiasi cosa. E se questa macchina incarta-onigiri esiste, non posso fare a meno di pensare al contrasto tra la finezza dell’arte confezionatoria e la meccanicità dell’ottenerla in serie. Ma è un falso contrasto: qui sofisticati saperi tradizionali convivono con le più moderne tecnologie – come le betulle, ancora gialle in dicembre, vegetano tra i grattacieli, di cui lambiscono appena il primo piano. Camminando a Tokyo come a Kyoto, passi da centri commerciali di nove piani a minuscoli templi arancioni, e tra i grattacieli le vie sono strettissime, talvolta veri e propri vicoli con case lillipuziane di legno e i futon stesi fuori a prendere aria. Per strada vedi adolescenti vestite come personaggi degli anime e ragazze in kimono con i tradizionali sandali infradito in legno. I tassisti portano guanti bianchi e ti fanno sedere su foderine di pizzo candido, qualunque addetto a una cassa ti dà il resto con due mani e un inchino, ma il primo giorno dei saldi da 109, celebre grande magazzino di abbigliamento per ragazzine a Shibuya, commessi maschi e femmine saltano sui tavoli sventolando cartelli con gli sconti e urlandoti di comprare. Con lo Shinkansen, a 600 chilometri all’ora, fai l’equivalente di Milano Roma in poco più di due ore, ma se compri una scatoletta porta obento (il pranzo al sacco che qui è prassi) la commessa impiega una decina di minuti a incartarla – e il risultato è un’opera d’arte, la carta non è mai usata e piegata allo stesso modo, e in genere compone forme asimmetriche.

Visitando la casa di un samurai a Kyoto, con i suoi ambienti geometrici e rilassanti, un graticcio di bambù come lavandino, bonsai in giardino e tatami profilati di seta, era inevitabile immaginare il guerriero tagliare teste di giorno ed esibirsi nella cerimonia del tè, la sera.
Il Giappone è una cosa e il suo contrario, è la spietata caccia alle balene e i raffinati pasti serviti in ciotoline da casa delle bambole, è il manager che torna in metropolitana ubriaco per una bevuta a fine lavoro; sono i bambini che vanno a scuola il sabato e, se devono recuperare, anche la domenica; è  la polizia che ha per simbolo una mascotte a forma di orsetto; sono le divise dei licei con le gonnelline cortissime e le gambe nude, a cui le ragazze sopravvivono grazie a coulottes di lana e panciere; sono i guidatori dei treni che muovono le braccia e la testa in serissimi rituali, indicano con il dito le fermate su una scheda, verificano l’orologio a cipolla e se sono in orario chinano la testa o stendono il braccio, benché non ci sia alcuna telecamera a riprenderli. Il Giappone è tradizione e futuro, i love hotel raccontati da Murakami in Norwegian wood in cui nessuno si vergogna di andare, i templi in cui rifugiarsi nei momenti di buio esistenziale, come fa la protagonista di Delfini di Banana Yoshimoto, i matrimoni combinati e le agenzie per incontri che è normale consultare, perché sposarsi entro una certa età è un dovere. Il Giappone è ordine impeccabile e disordine controllato, è il karaoke, che non ha niente a che vedere con l’esibizione in cui noi lo abbiamo trasformato, ma è chiudersi in minuscole stanze insonorizzate e cantare fino a perdere il controllo, anche da soli; è lavarsi ogni centimetro di pelle prima di entrare nella vasca da bagno e mangiare spaghetti in brodo senza usare il tovagliolo. Il Giappone, storica patria di guerrieri feroci, il paese che ha attaccato l’America e che, dopo la bomba atomica, non avrebbe smesso di combattere se non fosse stato l’imperatore a trattare la resa, ai suoi cittadini non consente esplosioni di violenza, se non contro se stessi. I giapponesi che ancora non hanno cancellato dal proprio dna il senso dell’onore per il quale si può arrivare a fare seppuku, cioè a uccidersi, sono gli stessi che ogni primavera seguono commossi la fioritura dei ciliegi.

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