日本 l’impero dei gadget

9 gennaio 2011

Miwako è un’amica giapponese che da 15 anni vive in Italia. Le ho chiesto se non avesse nostalgia del suo paese e mi ha risposto no, le ho chiesto perché e mi ha risposto che a Milano se devi comprare una penna è facile, ce ne sono un po’, ma non troppe, in Giappone è un incubo. Ce ne sono migliaia di tipi diversi, diventi matto a scegliere e ovviamente le vorresti tutte. Troppa merce in vendita, troppa sollecitazione, troppa frustrazione. Ho capito cosa intendeva visitando Tokyu Hands, un centro commerciale di sette piani a Shibuya che ha un omologo ancora più grande a Shinjuku. All’inizio mi sentivo come un cittadino della ex Unione Sovietica entrato per la prima volta in un supermercato occidentale: stupore e desiderio. Arrivata al terzo piano avevo già comprato due bicchierini per saké, cinque gomme a forma di sushi, otto pennarellini, una confezione di doggy bag usa e getta per metterci quella che i lombardi chiamano schiscetta, un paio di occhiali stile drag queen, una borsa. E mi ero trattenuta dal comprare una spugnetta mangiapolvere a forma di porcospino, un paio di calze con tutte le dita, un paraorecchie per l’inverno accessoriato con cuffiette per ascoltare la musica, un massaggiatore manuale a forma di dromedario: il reparto benessere era zeppo di oggetti che in italiano non sai nemmeno come descrivere, la gamma dei massaggiatori manuali, strani aggeggi con cui accarezzarsi per sciogliere le tensioni, sembrava uscita da un film comico-visionario. Il Giappone è il regno dei gadget, nessun popolo al mondo è equipaggiato come i giapponesi per fare qualsiasi cosa. Amélie Nothomb che in Né di Eva né di Adamo racconta la sua storia d’amore con il giapponese Rinri, non manca di notare con divertimento l’attrezzatura minuziosa che lui tira fuori una sera per prepararle un barbecue. Al reparto casalinghi c’erano due intere corsie dedicate alle scatolette per gli obento, ovvero i pranzi al sacco che i giapponesi si portano al lavoro e danno a scuola ai figli. Ci sono scatole con doppi scomparti per contenere cibi freddi e cibi caldi, scatole con il doppio fondo in cui mettere le alghe di accompagnamento, scatole con speciali porta-salsa di soia, scatole triangolari a forma di onigiri, scatole per le bacchette, borsette su misura per tenere la scatola dell’obento alla giusta temperatura; e poi scatole porta aglio a forma di testa d’aglio e scatole porta banana a forma di banana! La varità di thermos porta-zuppe occupava altre due corsie, per non parlare del settore carte per disegnare: 4 corridoi fitti di cassettini con fogli di ogni misura e colore del pantone. C’erano persino carte su misura per ricoprire i ventagli piatti, carte di ricambio immagino, visto che il ventaglio te lo vendono completo. L’inessenziale qui è regola, non si vendono solo oggetti ma oggetti per equipaggiare altri oggetti, li vedi e ti sembrano geniali, come la molletta per tenere insieme gli stivali. Ma essere indotti a credere d’aver bisogno di una molletta per tenere insieme gli stivali deve essere spaventoso. O no?

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