dopo che sei stato prigioniero
(Emma Donoghue Stanza letto armadio specchio)

21 dicembre 2010
Tempo di lettura: 5 minuti

Emma Donoghue Stanza, Letto, Armadio, Specchio (Mondadori, 2010, traduzione di Chiara Spallino Rocca, €19,50). Vorrei trovare un modo per parlare di questo libro senza raccontare di cosa parla perché, sapendolo, parte del suo incanto svanisce. L’ideale sarebbe che qualcuno ve lo mettesse in mano senza la sovracoperta e dicesse fidati, leggilo. Mi piacerebbe che qualcuno di voi lo facesse, resistendo alla tentazione di sbirciare il risvolto di copertina, e poi mi raccontasse che effetto gli ha fatto. Se volete provare, smettete di leggere questo post. Io devo per forza dire qual è la storia. E devo dirlo non solo per parlare del romanzo, ma perché questo romanzo accende un’eco che va ben oltre la trama (chiaramente mutuata da certi estremi casi di cronaca), un’eco che diventa metafora di situzioni di vita magari meno esplicite di quella raccontata qui, ma che hanno a che fare con il ritrovarsi privati della libertà di essere se stessi. Hanno a che fare con la prigionia, della mente e del pensiero, se non del corpo; e con l’impresa di tornare a vivere, una volta che ci si è liberati.
«Oggi ho cinque anni. Ieri sera quando sono andato a dormire dentro Armadio ne avevo quattro, ma adesso che mi sono svegliato su Letto, al buio, abracadabra: ne ho compiuti cinque. Prima ancora ne avevo tre, poi due, poi uno, poi zero. “Sono mai andato sotto zero”?. “Eh?” Ma’ si stiracchia tutta. “Lassù in Cielo avevo meno un anno, meno due, meno tre?”. “No, no, il conto è cominciato solo quando sei atterrato qui”. “Da Lucernario. Eri tanto triste fino a quando sono capitato nella tua pancia”». Comincia così, con il racconto di una nascita, tenero rituale di molti compleanni, specie di quelli dei bambini; ma il bambino in questione, il piccolo Jack, anziché nel mondo è nato in una Stanza, Stanza e basta, come Armadio (in cui dorme), Tappeto (che copre la macchia fatta da lui nascendo), Tavolo, Lucernario: oggetti senza articolo perché un luogo così non lo puoi specificare. E non puoi specificare nemmeno Premio della domenica, la periodica consegna di pochissime cose indispensabili e concesse con crudeltà. Old Nick le porta la sera, digita un codice che solo lui conosce, e apre Porta mentre Jack è dentro Armadio, Ma’ vuole che Old Nick lo creda addormentato, e Old Nick si sdraia su Letto vicino a Ma’ e Jack conta quante volte lo fa cigolare. Fino a pagina 167 leggi avvolto in un’angoscia ipnotica, soffri ma non puoi mollare: in quella stanza, segregata da sette anni, c’è una ragazza che ne aveva diciannove il giorno che un pazzo l’ha rubata al mondo, soffre di terribili mal di denti che cerca di curare centellinando gli Ammazzadolori che Old Nick le porta dopo molto insistere, puoi solo immaginare quello che prova e resti incantato di fronte alla forza della vita nelle privazioni; per il suo Jack, Ma’ ha letteralmente ricreato un mondo in venti metri quadri, c’è Serpente di uova per giocare, ci sono cinque libretti da rileggere a memoria, le filastrocche della nanna, i percorsi per la ginnastica, il gioco delle parole sandwich che tengono insieme due concetti, a panino. C’è tutta la tenerezza di una madre che non può dire a suo figlio sei nato in una prigione, e allora inventa che quello che si vede in tv non esiste e che il mondo è tutto lì, Stanza, Letto, Armadio, Specchio.

SPOILER ALERT

Quando Old Nick perde il lavoro, Ma’ capisce che è ora di tentare la fuga, sulla casa c’è un’ipoteca, cosa potrebbe fare Old Nick pur di non rischiare che la banca se la riprenda? Jack ha cinque anni, è abbastanza grande per un piano, fingersi malato, o addirittura morto, e così provano e riprovano, come a teatro, e dopo qualche giorno Jack è abbastanza “spavoso” (una parola sandwich per spaventato e coraggioso), può farcela. Ma la fine di una prigionia non è automaticamente la porta della vita. Nel Fuori, Ma’ e Jack scivolano in un tunnel che sembra aggiungere crudeltà a crudeltà, la clinica, i parenti ritrovati, le certezze di prima sbriciolate: erano simulacri, ma senza sei nudo. Ma’ e Jack sono nudi. Pallidi, fragili, come una gamba dopo un mese di ingessatura. Jack non sa portare le scarpe, non riesce a stare all’aperto, sembra una femmina per via dei capelli mai tagliati, non è capace di scendere le scale, ha paura delle posate, prima avevano solo un cucchiaio di plastica deformato. «Nella stanza noi sapevamo come si chiamavano tutte le cose, ma nel mondo ce ne sono così tante che le persone non sanno nemmeno i loro nomi» pensa Jack. È lui che racconta l’intera storia, cioè la storia come la vive lui, i dialogli degli adulti ascoltati da lui, le sensazioni che ha provato lui: questo è l’incanto più straordinario, probabilmente il segreto con cui la scrittrice (irlandese che vive in Canada) ottiene il miracolo di far immedesimare totalmente il lettore con Jack+Ma’, insieme, una “persona sandwich”. E quando Ma’, due settimane dopo la fuga, prende troppi sonniferi, è Jack che continua il racconto da solo, dalla casa della nonna in cui si è trasferito, e non c’è niente di strano non solo perché è lui che racconta fin dall’inizio, ma perché è esattamente quello che succede a chiunque si liberi dopo una lunga “prigionia”: si ritrova bambino e solo, è come se fosse tornato indietro, deve ripartire dall’età che aveva prima di diventare prigioniero, e questa è la cosa più difficile. Perché il guscio del tempo è andato avanti, ma il resto è rimasto indietro, rapito; eppure questa parte bambina alla quale ci si trova ridotti ha tutta l’energia dei bambini. Ha risorse inaspettate. E come Jack, che a cinque anni ancora succhia il latte dal seno di Ma’ eppure riesce a sopravvivere senza Ma’ a casa della nonna, così il bambino-liberato che è ciò che resta di un adulto dopo la prigionia riesce a muoversi in fretta, a crescere in fretta. A patto che accetti tutto il male che fa. Ma’ lo accetta. E ricomincia a vivere.

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(Emma Donoghue Stanza letto armadio specchio)”


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