日本 ossimori giapponesi

28 dicembre 2010

Akiahabara, il quartiere tecnologico di Tokyo, electric town come la chiamano i giapponesi, ha la stessa esplosione di varietà del mercato del pesce. Solo che qui trovi tutta la gamma dell’universo di oggetti che funzionano con dei chip. Ci sono centri commerciali a tema alti nove piani e attorno un suk di botteghe con cascate di fili elettrici, lampadine per ogni fantasia, microchip, transistor, resistenze, ogni componenti per elettronica esistente sulla faccia della terra, immagino, e anche attrezzistica per montare e smontare qualsiasi oggetto montabile e smontabile. Al quarto piano di Yodobashi Camera vendono poltrone rilassanti che ti massaggiano la schiena; tolte le scarpe,  quattro distinti giapponesi di mezza età si fanno shakerare sdraiati a occhi chiusi, persi nel loro godurioso riposo e ignari della folla di clienti. Non hanno problemi a chiudere gli occhi in pubbico e a ritirarsi in se stessi, lo fanno anche in metrò, per poche che siano le fermate, lasciando ciondolare la testa volentieri, magari sulla spalla dello sconosciuto vicino. Se dovessi scegliere una figura retorica come metafora per rappresentare i giapponesi, direi l’ossimoro: c’è un mix stridente fra la tutela del proprio inviolabile spazio fisico quando si è fra estranei – salutarsi con un inchino, niente strette di mano – e l’abbandonarsi al sonno proprio fra estranei, calando ogni barriera protettiva.

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