日本 ichi ban

27 dicembre 2010

Ichi ban, ovvero primo. Primo post dal Giappone. Dopo undici ore di volo e mezza di sonno, quando nel mio bioritmo è l’una di notte e a Tokyo le dieci di mattina, metto piede sul pavimento lindo dell’aeroporto Narita. La prima cosa che ti viene incontro appena entri in Giappone è la pulizia, niente macchie nere per terra, vien voglia di camminare scalzi. I bagagli arrivano subito, l’addetto alla dogana saluta con auf wiedersen, deve sembrargli un saluto occidentale. Ma orientale è il modo in cui si inchina: quel flettersi leggero, elegantissimo, è un gesto di rispetto quasi scioccante, ti fa sentire importante come non hai mai creduto di poter essere per un estraneo, e così, all’istante, ti sintonizzi su una nuova cortesia. Rispetto, giusta distanza, attenzione. Non so spiegare perché, ma associo questa sensazione al Fuji, o Fuji-san come lo chiamano i giapponesi, e anche -san è per rispetto; lo vedo per la prima volta che è appena tramontato il sole e nel cielo tersissimo lui è un tronco di cono coperto di neve: lontanissimo, si insinua nello skyline e sembra quasi proporzionato, ma è solo effetto della distanza.

Ritirati i bagagli, compro dell’acqua. Ohayo gosai masu, sorride la signora al chiosco delle bibite, buongiorno, e il gosaimàs di cortesia risuona di continuo  con la sua a allungata, lo attaccano a ogni saluto o invito; la signora prende i mille yen con entrambe le mani, sembra che la mia banconota sia la più bella di tutte, mi rende una pioggia di monetine posandole sullo scontrino e facendole scivolare sul mio palmo, domo arigatou, e si inchina. Si inchina anche l’omino alla barriera del Narita Express, che mio figlio definisce il treno più bello del mondo. Raggiungiamo la nostra carrozza seguendo i numeri sulla banchina, gli addetti alle pulizie stanno ancora lavorando e non ci lasciano salire, ma poi per terra è uno specchio e  i sedili di velluto e nero e rosso sembrano nuovi. Il dépliant del treno ti prega, se devi usare il cellulare, di andare in fondo alla carrozza, vicino alle porte; se hai un bimbo piccolo puoi usufruire di una stanza per cambiarlo e una per dargli da mangiare; ci sono persino dei defibrillatori di emergenza, su questo treno. E un video annuncia le fermate specificando i minuti di percorrenza. Sulla banchina, carrellini che vendono dolci giapponesi e tè verde in polvere da sciogliere in tazza: salgono sul treno con gentili signorine che li vendono; si vende cibo ovunque, e poi bevande misteriose in distributori automatici coloratissimi, che inizio a fotografare maniacalmente. Come tutto il resto, per altro. Immagino che si sentano così, i giapponesi che vengono in Europa per la prima volta e che ci divertiamo a prendere in giro per la mania di scattare foto a qualuque cosa. Ora li capisco eccome. Fotografo di tutto. I cartelli, per esempio: per invitare la gente a fare o non fare qualcosa usano delle specie di vignette didascaliche, ma suonano giocose. Il lato fanciullo dei giapponesi?

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