tra fodera e cappotto
(Françoise Sand I trentenni)

3 ottobre 2010
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[Ho scritto questo articolo quattro anni fa. L’ho ripescato ora, dopo aver letto il romanzo sui quarantenni di Michael Cunningham. Trentenni e quarantenni esprimono, come ogni categoria generazionale, tratti sintetici e riduttivi. Eppure continuo a sentire del vero in queste sintesi: e da allora a oggi, dagli enta agli anta, quello che sentivo (e che qui ho raccontato) oggi lo sento ancora, anche se con colori trasformati dal procedere della stagione…].

L’altro giorno, mentre vagavo senza meta in libreria, un libretto mi ha chiamata: si intitola I trentenni, la generazione del labirinto di Françoise Sand, psicoterapeuta di grido in Francia. Erano settimane che, nelle riunioni di redazione, si provava a progettare un articolo sui trentenni e, sempre, si finiva con un buco nell’acqua: non c’era una tesi da sposare o da smontare. Ho comprato il saggio (pubblicato da Feltrinelli) e mi ci sono buttata col vago senso di sfida con cui guardo il mio oroscopo: vediamo se sa davvero chi sono io! Secondo Françoise Sand i trentenni di oggi, non più adolescenti ma refrattari a diventare adulti, vivono in una terra di mezzo intenti a godersi il presente. Spesso i loro nonni sono ancora vivi e questo li fa sentire molto giovani, nelle retrovie di una vita in cui tutto è possibile, in cui non è necessario decidere, “inquadrarsi”, impegnarsi. Basta vederli in amore: avidi di inizi frizzanti, quando la passione s’intiepidisce spesso mollano il colpo. Solo l’arrivo di un figlio li porta alla realtà, e li getta, talvolta, in crisi esistenziali. Certo, la psicoterapeuta ammette che questo mondo non è il Paese dei balocchi: i nati negli anni Settanta sono la prima generazione a misurarsi con il lavoro precario, con un futuro più che mai imperscrutabile. E cosa conclude? Che dobbiamo darci una mossa, fissare obiettivi e raggiungerli, o un’orda di rampanti ventenni ci scalzerà. Già, signora Sand, la sua analisi è lucida e penetrante, lo vedo qui, in redazione dove, a 35 anni, al premere di giovani vivaci e disponibili, mi sento quasi vecchia. Però lei ci misura con un metro inadeguato. Noi abbiamo obiettivi, solo non sono i vostri. La carriera? Ci avete costretti all’instabilità, e noi abbiamo colmato la paura con la fantasia: abbiamo imparato a viaggiare, a sradicarci, a cambiare mille lavori, anche a inventarceli. La famiglia? Ci avete dimostrato che l’amore non è eterno, vi siete separati polverizzando le nostre sicurezze di bambini; ora noi l’amore lo decliniamo al presente, in ogni incontro cerchiamo un pezzetto di noi stessi, nella speranza di sentirci, un giorno, tutti interi. La politica? Chi ci ha provato, al liceo o all’università, per lo più è scappato. L’avete ridotta a un ring in cui conta quanto forte colpisci, non quanto finemente pensi. Il risparmio? Comprare casa oggi è un lusso che non ci è concesso senza l’aiuto dei genitori. Che poi vuol dire ammettere: sono figlio, e basta. E allora non ci stiamo! A caccia di alternative, ci rifugiamo nell’unico posto che resta: quello tra la fodera e il cappotto. Avete presente quando si lacera la tasca e le chiavi scivolano sotto la stoffa? Ecco, lì noi ci infiliamo. In angoli del presente che possono dare una sicurezza anche passeggera, un piacere, lo spazio per pensare, immaginare, perdersi in una passione, una musica, un ballo, un libro. Non è disimpegno: è una forma di ricerca. Se dobbiamo amare ciò che è transitorio – il lavoro che non dura, un legame che potrebbe rompersi, un obiettivo che si allontana mentre lo insegui – non c’è che un modo: godere l’oggi senza contare sul domani. Non combineremo niente? Forse. Il rischio c’è. Ma c’è anche la possibilità che proprio noi, silente generazione di gaudenti tormentati, scopriamo che la vita non è altro che questo. Il furto di piccole, fugaci felicità.

Pubblicato su Donna Moderna n. 20, 2006

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(Françoise Sand I trentenni)”


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