a quarant’anni
(Michael Cunningham Al limite della notte)

3 ottobre 2010
Tempo di lettura: 2 minuti

Michael Cunningham, Al limite della notte (Bompiani, 2010, € 16,50, sarà nelle librerie il 20 ottobre, in contemporanea con l’America; la copertina italiana non è ancora disponibile). Dovevo leggerlo al volo e recensirlo sul giornale; salterò un po’ di pagine, pensavo, mi basta capire il senso; invece ho letto ogni parola, sottolineato, piegato angoli e a tratti riletto. Mi ha catturata dalla prima riga: «L’Errore sta venendo per fermarsi un po’». All’ottava capisci che l’Errore è una persona e dopo tre pagine sai che è il fratello minore di Rebecca la quale, su un taxi diretta a una festa, conversa col marito Peter. Lei è editor, lui un gallerista ben inserito nell’incerto mondo dell’arte contemporanea, sono una coppia di quarantenni a New York, ma potrebbero essere qui, sono come noi. Da abile narratore, Cunningham svela con i tempi giusti ogni dettaglio: come si sono conosciuti, le famiglie da cui provengono, il punto a cui sono arrivati insieme, il difficile rapporto con la figlia. Tornati dalla festa, Peter accende la tv, vedono un po’ di un film di Hitckock ma non il finale che già conoscono, poi vanno a letto, «Per lei sarebbe lo stesso se si mettessero semplicemente a dormire?» si chiede Peter, consumano con consolidata abilità un po’ di sesso di routine, «stanno per venire entrambi, manca poco, poi potranno dormire, e poi sarà domenica». Ma non è una domenica come le altre: Erry, il fratellino 23enne con un passato da tossico, arriva in casa con la sua spaventosa somiglianza con Rebecca da giovane, Peter ne è attratto per questo, e ne è attratto anche perché Erry risveglia in lui echi del rapporto con suo fratello Matthew, morto anni prima, e soprattutto ne è attratto perché vede in Erry talenti inespressi, un’inquietudine non sopita e intuisce per lui un destino tragico: e tutto questo “viluppo umano”, per Peter, è la bellezza. L’infatuazione di Peter non è strana, ma forse per capirla davvero bisogna avere quarant’anni. Perché è di questo che parla  il romanzo, dell’età di mezzo, quel pianoro in cui si finisce per ristagnare dopo la salita dei venti e dei trenta, raggiunti gli studi, la famiglia, la carriera, quando il paesaggio della vita sembra un’inesorabile distesa piatta senza sorprese. Lo è per tutti. Infatti Peter, nelle ultime pagine, scopre che anche Rebecca vorrebbe cambiare, vorrebbe che succedesse qualcosa, ed è stanca di loro due. E come finale l’autore sceglie quello che alcuni troveranno rinunciatario e altri inevitabile. «Hanno fatto troppa strada insieme. Hanno tentato e fallito, tentato e fallito e probabilmente, in ultima analisi, non resta loro altro da fare che tentare ancora».

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